Negli ultimi anni, la diffusione di informazioni relative agli effetti nocivi del sole ha contribuito a cambiare i comportamenti e, all’esposizione indiscriminata al sole, sta subentrando un nuovo modo di concepire l’abbronzatura.

Per centinaia di anni l’emblema della bellezza femminile è stato rappresentato dal candore della pelle, a richiamo del colore della porcellana; le donne romane si ricoprivano la pelle con la calce al fine di renderla più chiara e si schiarivano i capelli cospargendoli con camomilla prima di esporli al sole.

 

Bisogna attendere il 1920 per assistere a un cambiamento radicale della moda: fu la stilista Coco Chanel a lanciare le ampie scollature e ad accorciare le gonne affinché le ragazze riuscissero a giocare a tennis.
Coco Chanel espose volontariamente la carne delle donne per farle abbronzare, in risposta a un’esigenza commerciale dettata dall’amore della stilista francese per il bianco dei vestiti e dei gioielli: il bianco non risalta su una carnagione bianca, per questo subentrò la moda dell’abbronzatura.

 

Questa inversione di tendenza determinò molti cambiamenti nelle abitudini comuni e portò alcuni vantaggi, legati alle azioni benefiche del sole sull’organismo, ed effetti indesiderati, anche molto gravi, causati dall’impatto delle radiazioni solari con la cute, tra cui il photoaging (fotoinvecchiamento).

 

Negli ultimi anni, la diffusione di informazioni relative agli effetti nocivi del sole ha contribuito a cambiare i comportamenti e, all’esposizione indiscriminata al sole, sta subentrando un nuovo modo di concepire l’abbronzatura.

 

Oggi si preferisce stare all’aperto, usando un’appropriata protezione solare, piuttosto che restare immobili sotto i raggi del sole inseguendo un’abbronzatura esagerata.

 

La radiazione ultravioletta

Una parte delle radiazioni solari è riflessa o assorbita dagli strati esterni dell’atmosfera terrestre, mentre una parte riesce a giungere al suolo; tra queste sono particolarmente importanti quelle con una lunghezza d’onda compresa tra 290 e 3.000 nm.

 

Le radiazioni a bassa lunghezza d’onda (raggi UV, 40-400 nm) sono coinvolte nel fenomeno dell’abbronzatura, quelle comprese tra 400 e 800 nm (raggi luminosi, visibile) sono implicate nel processo della visione, mentre quelle a lunghezza d’onda più alta (raggi infrarossi, 800-3.000 nm) sviluppano calore.

 

L’energia associata alle radiazioni è inversamente proporzionale alla lunghezza d’onda, quindi tra quelle elencate le radiazioni ultraviolette sono le più energetiche; esse si suddividono in tre classi secondo l’energia e gli effetti fisiologici.

 

Le radiazioni UVA sono le più energetiche, ma non raggiungono la superficie terrestre in quanto sono assorbite dallo strato d’ozono presente nella stratosfera; le radiazioni UVB e UVA invece hanno un’energia minore, raggiungono il suolo e sono coinvolte nella melanogenesi, nella pigmentazione della melanina preesistente, e quindi nell’abbronzatura solare.

 

Esse determinano sull’organismo effetti positivi (azione contro il rachitismo attraverso l’aumento della sintesi della vitamina D, azione antibatterica, fotosintesi della melanina, sudorazione) e negativi (invecchiamento della pelle, danni ai fosfolipidi di membrana e al Dna con rischio di insorgenza di alterazioni neoplastiche).

 

In generale l’entità degli effetti è proporzionale alla quantità di radiazione assorbita e questa dipende in particolare dalla zona geografica in cui avviene l’esposizione, dall’orario della giornata, dall’altitudine, dalle condizioni metereologiche e dal grado di riflessione delle radiazioni da parte dell’ambiente circostante (acqua, neve, sabbia ecc.).

 

Da anni ormai si sa che le radiazioni UVA sono le vere responsabili del fenomeno del photoaging, caratterizzato dall’insorgenza di rughe profonde; sono inoltre coinvolte nei processi neoplastici e nelle reazioni di fotoallergia.

 

Le radiazioni UVB invece, penetrando di meno, determinano l’arrossamento della pelle e sono responsabili degli eritemi; esse stimolano inoltre la formazione di nuova melanina, non determinano fotoallergia, ma concorrono all’insorgenza delle neoplasie. In generale gli effetti più nocivi sono quelli che coinvolgono il Dna delle cellule epidermiche.

 

Le dermatosi causate dall’esposizione al sole si dividono in fotodermatosi idiopatiche (orticarie solari, luciti ecc.), fototossicità (associata all’utilizzo farmaci o piante, si manifesta in forma di eritema a carico delle zone esposte) e fotoallergia (associata all’utilizzo di diverse molecole, colpisce i soggetti sensibilizzati e si manifesta in forma di eczema a carico anche delle zone coperte).

 

Tuttavia i danni più gravi causati dalle radiazioni solari sono quelli a lungo termine, tra cui i tumori cutanei.

 

La pelle ha attivato sistemi di difesa grazie alla presenza, nella zona di confine tra epidermide e derma, dei melanociti: si tratta di cellule altamente specializzate, di derivazione nervosa, in grado di sintetizzare un pigmento scuro, la melanina, a partire dalla tiroxina. I melanociti sintetizzano due diversi pigmenti di melanina: le eumelanine, di colore bruno, tipiche delle pelli scure e dei neri, e le feomelanine, di colore rossastro, sono caratteristiche delle pelli chiare, sono più instabili e scompaiono rapidamente.

 

Fattore e indice di protezione

I prodotti solari sono cosmetici sofisticati in grado di garantire una protezione estesa lungo tutto il campo UV al fine di limitare i danni cutanei da esposizione al sole.

 

La capacità protettiva di un prodotto solare è definita fattore di protezione solare ed è indicata in etichetta come SPF (sun protection factor) o IP (indice di protezione).

 

Per il calcolo del fattore di protezione viene presa in considerazione “la quantità di energia richiesta per provocare il minimo percettibile e inequivocabile rossore, con confini ben definiti, valutato da 16 a 24 ore dopo l’esposizione”.

 

In passato esistevano diversi metodi per il calcolo di tale valore, tra cui la misura secondo le norme americane dell’FDA (Food and Drug Administration) e quella secondo le norme tedesche DIN (Deutsche Institut fur Normung): questo generava non pochi problemi di confusione per i consumatori.

 

Dal 1994 esiste un metodo ufficiale europeo per la valutazione dell’SPF, dettato dal COLIPA.

 

La capacità protettiva di un solare può anche essere calcolata attraverso una valutazione in vitro, utilizzando uno spettrofotometro modificato in grado di raccogliere tutte le radiazioni ultraviolette che attraversano il campione.

 

Le sostanze ad azione protettiva utilizzate nei prodotti solari si dividono in schermi, che riflettono e/o disperdono le radiazioni in modo fisico, come il biossido di titanio e l’ossido di zinco, e filtri solari, molecole naturali o di sintesi che interagiscono con radiazioni a specifiche lunghezze d’onda, modificando la propria conformazione molecolare ed emettendo l’energia assorbita a un livello energetico più basso.

 

I filtri solari possono poi essere classificati in UVA e UVB a seconda della lunghezza d’onda a cui avviene il massimo assorbimento.
Per ottenere una capacità protettiva ad ampio spettro si utilizzano più filtri solari ad azione sinergica.
(Omissis)

 

Uno dei requisiti fondamentali dei solari è la tollerabilità, in quanto si tratta di prodotti da applicare su una pelle sottoposta a condizioni di stress.

 

Un altro parametro è la fotostabilità dei filtri solari: durante l’esposizione solare prolungata, alcuni filtri si consumano più rapidamente di altri e la protezione risulta meno efficace, per questo generalmente si usano associazioni di filtri.

 

Oggi esistono schermi solari innovativi formati mediante l’incorporazione del manganese all’interno di nanoparticelle di biossido di titanio: questa tecnologia consente di ottenere schermi molto più stabili.

 

Sono anche disponibili filtri molto potenti, per i quali è sufficiente una piccola concentrazione per raggiungere una protezione sufficientemente elevata, tuttavia si osservano concentrazioni soglia oltre le quali il fattore di protezione non aumenta più. Questo effetto di saturazione può essere evitato aggiungendo altri filtri, in particolare filtri UVA.

 

Per quanto riguarda le emulsioni, sono molto importanti le dimensioni delle goccioline disperse: il fattore di protezione aumenta al diminuire di queste.

 

Un altro parametro di fondamentale importanza nei prodotti solari è la capacità di formare uno strato uniforme sull’epidermide e per migliorare le proprietà filmogene sono usati siliconi a basso punto di fusione, ottimali anche per conferire la resistenza all’acqua e al sudore.

 

Protezione costante

Bisogna sempre tenere presente che la quantità di prodotto applicata dal consumatore sulla cute corrisponde in realtà solamente al 40 per cento di quella prevista nei protocolli di studio: questo fa sì che il fattore di protezione reale corrisponda a un valore minore di quello teorico rappresentato sulla confezione.

 

In generale un buon prodotto solare non deve essere tossico e non deve determinare sensibilizzazione, deve contenere filtri UVA e UVB stabili, deve resistere all’acqua e al sudore, deve contenere sostanze antiradicaliche e lenitive, e deve avere un’etichetta chiara.

 

Oggi la tendenza del mercato è quella di offrire prodotti sempre più specifici (per il mare, la montagna o la città), ma soprattutto si sta facendo strada l’abitudine di aggiungere i filtri solari nella formulazione di alcune normali creme da giorno; per questo si tende a parlare di prevenzione costante e non soltanto di protezione nei giorni di esposizione prolungata (viaggi e vacanze).

 

La logica è quella di eliminare quotidianamente l’azione dei raggi UVA sulla pelle in modo da prevenire la fotosensibilizzazione e il fotoinvecchiamento.

 

Per quanto riguarda invece i solari da usare in montagna o in mare aperto si dà particolare importanza alla filtrazione dei raggi UVB e nei prodotti utilizzati per la protezione delle labbra sono aggiunte sostanze ad azione riflettente, come biossido di titanio, ossido di ferro e di zinco.

 

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università del Minnesota ha dimostrato che le creme solari a base di estratti di tè aiutano a prevenire i tumori della pelle, soprattutto grazie alla presenza di polifenoli ad attività antiossidante.

 

Tra le curiosità, troviamo solari per bambini contenenti pigmenti particolari in grado reagire con la luce e colorare per un po’ di tempo la superficie su cui il prodotto è stato applicato: questo consente di stendere il solare uniformemente su tutto il corpo senza lasciare zone scoperte.

 

 

 

Da “TEMAfarmacia” N. 5 Anno XXIII