Dr. Giovanni Chiarelli
Specialista dermatologo Ospedale San Raffaele Milano

Il nickel è un metallo dal nome avvolto dalla fantasia: il termine originale era kupfernickel, unione di Kupfer (rame) e Nickel (genio del male). Nella Germania del Settecento quando i minatori tornavano a casa con i sacchi vuoti, erano soliti attribuirne la colpa ad un elfo capace di trasformare il rame, che loro cercavano, in questo strano metallo di cui ignoravano, fino ad allora, l’esistenza.

Si scoprì poi che il nickel è presente anche negli organismi vegetali e negli animali; oggi possiamo considerarlo un “sottoprodotto” dell’industria e dell’inquinamento. Lo si ritrova come componente di carburanti per il riscaldamento, nel fumo delle sigarette, nel gas di scarico delle automobili. E’ usato per la costituzione di leghe metalliche e come metallo da conio. La nickelatura è quel processo di protezione di superfici metalliche alterabili da agenti atmosferici.

Le cose si complicano, però, se pensiamo che il nickel è un costituente dell’acido ribonucleico (RNA) delle nostre cellule. Attiva diversi sistemi enzimatici e avvia la catalisi dei processi ossidativi, favorisce l’assorbimento intestinale del ferro, entra nel metabolismo della metionina.
Ma non è finita qui: il nickel sarebbe anche capace di attivare la germinazione dei semi e la sintesi di vitamine A, B, C nei vegetali. Le contraddizioni divengono dilemma quando pensiamo alle tristemente note capacità di ipersensibilizzazione della cute: una donna su otto è allergica al nickel! Un quarto della popolazione femminile allergica al metallo va incontro, poi, ad un vero e proprio eczema da contatto, là dove la pelle tocca la lega metallica.
Il nickel allergizzante è contenuto nella bigiotteria, nelle monete, in molte tinture dei capelli, in alcuni detersivi, negli inchiostri. Anche alcune stoviglie da cucina in lega d’acciaio possono fungere da veicolo: soprattutto quando alcuni alimenti, ricchi di acido ossalico (ortaggi a foglia verde) “attaccano” chimicamente il metallo della pentola e ne provocano il passaggio in elevate quantità in soluzione. Il fenomeno assume dimensioni epidermiche se si pensa che circa un quarto delle persone sensibili al nickel reagiscono anche al metallo contenuto nei cibi sviluppando delle reazioni cutanee. In questo caso sarebbe opportuno seguire una dieta di “sottrazione” povera di nickel, evitando, o riducendo al minimo il consumo dei cibi che ne sono particolarmente ricchi: pomodoro fresco, spinaci, lenticchie, funghi, pera, cacao e cioccolato, kiwi, aringhe, carote.
Prima di sottoporsi ad una dieta è consigliabile, comunque, rivolgersi ad un dermatologo per stabilire se la fonte di irritazione cutanea è veramente il nickel. Il test è di semplice esecuzione: si chiama Patch test ed è un test di provocazione cutanea con cerotti imbevuti della sostanza incriminata, da porre sulla schiena del paziente. In pochi giorni, tre al massimo, sarà possibile leggerne sulla pelle la risposta.
Utile anche tenere un diario su cui riportare, via via, i dati relativi al menù quotidiano e all’aggravarsi dei sintomi. Nell’industria alimentare, infatti, il nickel è usato come catalizzatore nel processo di idrogenizzazione dell’olio. L’uso dei grassi vegetali idrogenati oggi è diffusissimo e gli esperti hanno verificato la correlazione tra l’abuso di questi alimenti e l’abbassamento della cosiddetta “soglia di tollerabilità immunitaria”. Gli ipersensibili al nickel che consumano quotidianamente queste sostanze sono più soggetti a manifestare problematiche cutanee, nausea, emicrania, stanchezza e ritenzione idrica.
Tutti fenomeni legati al protrarsi di uno stato infiammatorio, talvolta nascosto ma continuo.
Subdolo proprio perché di difficile individuazione.

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Dr. Giovanni Chiarelli
Specialista dermatologo Ospedale San Raffaele Milano

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