La circolazione delle gambe (1)

Il sangue pompato dal cuore arriva alle gambe attraverso le arterie e, nel suo percorso, cede ossigeno per consentire il lavoro dei muscoli. Ormai povero di ossigeno, si raccoglie nelle vene per tornare al cuore e poi ai polmoni dove viene nuovamente ossigenato. Nel sistema venoso, dunque, il sangue scorre verso l’alto, cioè contro la forza di gravità.

Per facilitare questo compito entra in gioco la pompa muscolare: mentre si cammina, i muscoli, contraendosi, spremono le vene delle gambe e imprimono al sangue la spinta per salire verso l’alto.

Contemporaneamente, un sistema di valvole impedisce al sangue di ricadere verso il basso. Si tratta di piccole tasche che, al momento opportuno, si distendono dalla parete interna delle vene consentendo il flusso in un’unica direzione. Negli arti inferiori sono presenti due sistemi circolatori venosi, uno profondo e l’altro superficiale.

Le varici compaiono principalmente a carico di quello superficiale, ossia nelle diramazioni della vena grande safena (che corre lungo la faccia interna della gamba dalla caviglia fino all’inguine) e della piccola safena (che inizia sul lato esterno della caviglia e sale posteriormente lungo il polpaccio fino al cavo del ginocchio).

 

Insufficienza venosa o …. gambe pesanti (2)

E’ questo il nome “tecnico” di quell’insieme di sintomi che nel linguaggio comune viene identificato con il termine “gambe pesanti”.

I disturbi più frequentemente rilevati sono in primis il senso di pesantezza alle gambe, gonfiore, poi formicolii fastidiosi e persistenti a polpacci e cosce, prurito.

Nei Paesi occidentali l’incidenza dell’insufficienza venosa nelle donne arriva a punte del 55% solo in Italia, sono oltre 9 milioni le donne che soffrono di questa patologia ovvero quasi il 40% della popolazione femminile adulta con una rilevazione maggiore nella fascia d’età 35-40 anni (fino al 60% dei casi) e nelle donne sopra i 60 anni (fino al 78% dei casi).

Non sono esenti dalla patologia, però, neanche le giovani generazioni, a causa di uno stile di vita più sedentario e a una maggiore tendenza all’obesità.

Questi ultimi sono, infatti, due fattori predisponenti alla insufficienza venosa cronica (nelle persone in sovrappeso, per esempio, si riscontra un’incidenza dell’insufficienza venosa cronica e di malattia varicosa fino al 70% contro il 45% al massimo nelle persone normopeso); a questi si aggiungono la predisposizione familiare, l’età e il numero di gravidanze (incidenza di varici fino al 63% in donne con figli contro lì 26% nelle donne senza).

 

Insufficienza venosa cronica (3)

L’insufficienza venosa cronica, disturbo piuttosto comune, è un problema di circolazione del sangue che tende a ristagnare nelle estremità del corpo. Il “viaggio di ritorno” del sangue dalla periferia al cuore, avviene contro la forza di gravità ed è favorito soprattutto dall’elasticità della parete venosa e delle valvole.

Quando, per una serie di fattori, la vena perde elasticità, il sangue non riesce a risalire, ma ristagna nelle vene delle gambe.

Il ristagno ematico comporta un aumento della pressione nelle vene con sfiancamento della parete venosa e compromissione della funzionalità delle valvole. Di conseguenza, il sangue ristagna in misura maggiore e il disturbo tende, nel tempo, ad aggravarsi, pur restando asintomatico per lungo tempo.

Il ristagno favorisce inoltre l’instaurarsi di un processo infiammatorio con accumulo di radicali liberi dell’ossigeno che possono ledere le cellule delle pareti dei vasi. L’ossidazione rende i vasi più fragili e permeabili, e quindi, contribuisce alla formazione di edema (gonfiore) e al peggioramento del quadro clinico.

Per questo è importante riuscire a individuare i piccoli segnali che l’organismo manda allo stadio iniziale della malattia. Alla comparsa di uno o più sintomi, occorre rivolgersi subito a uno specialista, che potrà stabilire la terapia più adatta.

L’insufficienza venosa può favorire la comparsa di altri disturbi: cellulite ed emorroidi.

 

Insufficienza venosa cronica: i sintomi

L’insufficienza venosa cronica si manifesta attraverso sintomi e segni a carico degli arti inferiori. Questi segnali possono manifestarsi in qualsiasi periodo dell’anno, ma si accentuano soprattutto durante i mesi estivi:

  • gonfiore
  • pesantezza
  • formicolii
  • prurito
  • bruciori
  • dolore

 

Insufficienza venosa cronica: i segni

  • capillari in evidenza
  • alterazioni cutanee
  • vene varicose
  • ulcerazioni

L’insufficienza venosa cronica ai primi stadi non rappresenta un problema grave. Non va però trascurata perché i sintomi, inizialmente lievi, tendono col tempo ad aggravarsi, trattandosi di una malattia progressiva.

 

Gambe gonfie (4)

Qualunque sia la causa del gonfiore delle gambe, si tratta sempre dell’accumulo di ACQUA (a volte con sali o proteine) nello spazio fra la pelle ed i muscoli.

Tale spazio normalmente è costituito da tessuto adiposo (grasso) che contiene una quota minima di acqua, ma in condizioni di cattiva circolazione venosa o di alterazione del sangue, tale quota può aumentare anche in maniera notevole.

Poiché le gambe costituiscono il punto più declive del corpo, è qui che i fenomeni di accumulo de sono più evidenti.

Quando entrambe le gambe sì gonfiano allo stesso modo, in genere si tratta di un problema di salute generale, mentre se una sola gamba è coinvolta od una sola sua parte, la causa è presumibilmente locale, della gamba stessa.

Un accumulo dì acqua può avvenire perché i liquidi passano in eccesso nel sottocutaneo o vengono riassorbiti più lentamente, per disfunzioni legate all’azione di farmaci (diuretici, calcio antagonisti, antiinfiammatori) e di ormoni (estrogeni, cortisone, tiroidei). Anche le malattie renali, epatiche e cardiache possono essere in causa.

Quando invece il sangue venoso non riesce a risalire verso il cuore (trombosi, varici, ostacoli, incapacità del cuore) la pressione aumenta per l'”ingorgo” di sangue. Dalla vena allora una maggiore quota dell’acqua disciolta nel sangue esce nello spazio sottocutaneo, allo scopo di diminuire tale ingorgo e di aumentare la pressione dei tessuti.

Il mancato funzionamento delle valvole (che permettono di far risalire il sangue al cuore) non riesce a trattenere il sangue, che scorre in avanti ed indietro in maniera inefficace, e porta alla dilatazione delle vene (vene varicose), alla stasi venosa, all’aumento della pressione, al passaggio di liquido fuori delle vene (edema), alla cattiva nutrizione della pelle, alle lesioni cutanee (ulcera, eczema, pigmentazione, infiammazione).

 

Crampi (5)

Il crampo muscolare è uno spasmo della muscolatura involontario, improvviso e doloroso (si presenta come una fitta acuta) dovuto ad un’eccessiva perdita di sali minerali o da problemi di circolazione (crampi notturni). Il muscolo subisce il crampo quando, saturo di acido lattico (si forma con gli sforzi prolungati), non riceve più la quantità d’ossigeno e sali minerali necessari a permettere l’estensione delle fibre muscolari, rimanendo contratto e provocando dolori acuti e localizzati nella zona del muscolo.

La causa può essere la fatica: infatti spesso i crampi si verificano durante o subito dopo un’intensa attività fisica che provoca un’abbondante sudorazione. Solitamente si manifestano alle gambe, soprattutto al muscolo del polpaccio.

 

Ematoma post traumatico (6)

Una raccolta di sangue sotto la pelle, fuori dai vasi sanguigni, è un ematoma. Può essere la conseguenza di un trauma anche minore, di una distorsione, di uno strappo muscolare.

Il sangue fuori dai vasi ha una azione “infiammatoria” sui tessuti circostanti, per cui provoca dolore, edema circostante, gonfiore locale. Il riassorbimento dell’ematoma è lento e non sempre completo, una buona compressione lo risolve molto più rapidamente.

Permanenza in piedi o seduto, di lunga durata in condizioni sfavorevoli (7)

La posizione seduta per lungo tempo, senza attività muscolare a far da pompa, fa ristagnare acqua nei tessuti delle gambe, specie nelle zone più declivi. Questo già in assenza di malattie. Se in più si hanno difetti di circolazione venosa, malattie di cuore, rene, fegato, tale fenomeno può essere molto più evidente. Fenomeni analoghi succedono nei soggetti che lavorano in piedi, specie se muovendosi poco (commessi, venditori al banco, cuochi, parrucchieri, chirurghi, ecc) o che passino molto tempo seduti (studenti, impiegati, operatori al computer, ecc). Molte persone anziane, per pigrizia, artrosi, debolezza, passano molte (troppe) ore davanti al televisore ed evitano di camminare almeno un minimo provocando un edema a volte importante, se associato ad insufficienza venosa.

I pazienti con insufficienza arteriosa grave hanno difficoltà a far arrivare il sangue ai piedi: quando li sollevano sul letto arriva meno sangue e le gambe fanno male. Per questa ragione vivono in poltrona con le gambe sempre “in basso” e per questo sempre gonfie. Questo, oltre a tutto, peggiora la circolazione arteriosa stessa.

 

Linfedema (8)

La rete linfatica ha la funzione di eliminare dai tessuti quella parte di acqua che normalmente è presente e che viene rinnovata continuamente dallo scambio che avviene a livello dei capillari. Oltre all’acqua, la linfa trasporta proteine, cellule, batteri. Se questa rete di vasi linfatici è malformata (linfedema primario), quindi insufficiente a svuotare i tessuti, una certa quantità di linfa ristagna e provoca un gonfiore duro e difficilmente eliminabile.

Forme minori di linfedema sono riscontrabili per lo più in donne giovani, limitati al piede od alla gamba, in genere asimmetrici.

La rete linfatica può diventare insufficiente a seguito di traumi, interventi chirurgici (sui linfonodi), invasione neoplastica, dando luogo al linfedema secondario. Qualunque sia la causa dell’edema, e qualunque sia la sua consistenza (duro o molle), l’acqua raccolta nei tessuti deve essere mobilizzata ed eliminata.

 

Linfedema congenito, ereditario (primario) (9)

Il linfedema ereditario appare fin dalla nascita ed è caratterizzato da un mal funzionamento dei vasi linfatici, che causa una dilatazione anomala e un’insufficienza valvolare. Con la persistenza del linfedema s’instaura una fibrosi nello spazio interstiziale, normalmente a livello sub cutaneo. In questo tipo di linfedema appare la Iinfagiectasia, che è un fattore caratteristico del linfedema congenito, causante l’insufficienza valvolare e in seguito l’ulteriore peggioramento nella circolazione linfatica.

Il linfedema congenito-ereditario degli arti inferiori è il più comune e si può presentare con le stesse caratteristiche del linfedema precoce, vale a dire con l’aumento considerevole del volume dell’arto.

La pelle, a livello dell’edema, è soggetta a lesioni traumatiche e infezioni. Nel linfedema primario la forma congenita è chiamata sindrome di Nenne – Milroy; la forma più tardiva la sindrome di Meige.

 

Linfedema secondario

I linfedemi secondari possono essere causati da fattori esterni, come l’intervento chirurgico alla mammella, da una linfangite, dalla tubercolosi, da filaria o da eventi traumatici. In questo caso possiamo dire che il linfedema è un sintomo e non una patologia; esso si manifesta con un aumento di volume visibile e con un tessuto alquanto spesso.

 

Linfedema precoce

Il linfedema precoce è un’alterazione rara che appare nelle donne nella pubertà. Uno degli elementi determinanti può essere legato al fatto che i vasi della pelvi non si sviluppino rapidamente come gli organi sessuali interni, provocando un’insufficienza linfatica degli arti inferiori. Questo linfedema è progressivo, e può causare problemi funzionali, giacché vi è un aumento di volume dell’arto.

 

Linfedema e i suoi quattro stadi

Il decorso del linfedema è caratterizzato da quattro stadi, con una progressione diversa da paziente a paziente.

I Stadio. Detto stadio di latenza o intervallo libero; in cui c’è una limitazione della capacità di trasporto del sistema linfatico, accertabile con esami strumentali, senza sintomi clinici.

II Stadio. Tumefazione molle che regredisce durante la notte o con le gambe sopraelevate. In questa fase, sorgono problemi diagnostici. I segni tipici sono l’edema sul dorso del piede e l’accentuazione delle pieghe cutanee naturali in corrispondenza delle articolazioni metatarsofalangee (segno di Stemmer).

III Stadio. Il linfedema irreversibile non presenta alcuna tendenza alla regressione. La tumefazione è dura, esercitando una pressione con le dita non si forma alcuna depressione (fovea).

La superficie cutanea è secca e ipercheratosica, appare di colore grigio sporco. Con il tempo, se non è sottoposto alle misure terapeutiche, l’edema dà luogo ad una fibrosi.

IV Stadio. S’indurisce tutto l’arto e si presentano disturbi trofici, in questa fase il paziente non accusa dolore né c’è ulcerazione.

Per la prognosi del linfedema è importante una distinzione tra il tipo distale e quello prossimale.

– Tipo distale: ad esempio l’edema del dorso del piede, tipico del linfedema sporadico, sale lentamente verso la gamba. Un paziente su otto ha un interessamento anche nella coscia.

– Tipo prossimale: prevale nelle forme congenite e in quelle da tumore maligno.

 

Capillari: Telangiectasie è il termine esatto (10)

Il 50% delle donne (gli uomini se ne disinteressano al 99%) conosce il problema dei “capillari”. In genere i pazienti parlano di capillari dilatati o rotti. Telangiectasie è il termine esatto. Si tratta di dilatazione delle venule dell’ultimo strato di pelle dovuta ad un aumento di pressione o ad una tendenza familiare di debolezza della parete.

Quelle più dilatate e di maggior calibro in genere appaiono di colore blu, quelle più sottili di colore rosso. Si tratta sempre comunque della stessa malattia.

Quasi sempre c’è al di sotto una vena più grande (vena “nutrice”) che non funziona bene e che causa l’aumento di pressione, ma non sempre è possibile metterla in evidenza.

In genere sono presenti simmetricamente su entrambe gli arti inferiori.

Possono essere isolate cioè sparse disordinatamente e non collegate ad altre vene, oppure disposte a ventaglio sulla coscia laterale, a fascia all’interno del ginocchio, radunate a stella o in grappoli, in genere con una vena visibile sottostante più grossa (vena reticolare).

A volte le talangiectasie e le vene varicose sono presenti insieme ed hanno cause comuni.

Nonostante si tratti essenzialmente di un disturbo di tipo estetico, molte pazienti riferiscono sensazioni tipo di bruciore o tensione, probabilmente legate più al fatto di “vedere” una cosa che non piace, che ad un disturbo circolatorio.

Qualche volta le talangiectasie non sono innocue, ma sono il segno del cattivo funzionamento dì vene più grosse (safena) o delle vene profonde.

Per questa ragione è comunque necessario uno studio diagnostico (Eco Doppler) che escluda tale origine.

Il trattamento è solo apparentemente semplice. Si basa essenzialmente sulle iniezioni con liquidi o schiume sclerosanti.

I capillari blu sono più facili da trattare e sono più grandi; quelli rossi, più sottili sono più resistenti.

 

Vene varicose (11)

Le vene varicose o varici possono essere definite come l’associazione di dilatazione ed allungamento di vene che diventano tortuose. Possiamo aggiungere anche: con valvole non funzionanti e con alterazione della parete.

Si tratta di una malattia estremamente frequente a tutte le latitudini. Nella sua forma minore dà solo problemi di tipo estetico (capillari), ma può assumere una gravità ed estensione maggiore (varicosità più o meno estese), fino ad arrivare a provocare inconvenienti importanti (ulcera, flebite) o anche situazioni molto critiche (trombosi, embolia).

Fra i 30 ed i 70 anni di età in Europa la frequenza di questa malattia è approssimativamente:

  • 25 50% per tutte le forme di vene varicose
  • 10 15% per varici evidenti
  • 5 15% per l’insufficienza venosa cronica
  • 1% per l’ulcera varicosa

 

Causa delle varici

Perché si formano le varici è una delle domande più frequenti che vengono poste al flebologo. Purtroppo, nonostante gli studi ed i progressi nella cura, è impossibile dare una risposta chiare e semplice.

La malattia varicosa è infatti causata da molti fattori concomitanti che possono agire in maniera variabile in ogni individuo. Ricordiamo:

  • Ereditarietà
  • Vita sedentaria
  • Lesione del sistema valvolare
  • Anomalie della parete venosa
  • Alterazione del sistema di “pompa muscolare”
  • Influenza ormonale

In genere uno solo di questi fattori non è sufficiente a spiegare l’insorgenza dì varici. Non basta, cioè, solo aver preso la pillola anticoncezionale per un periodo, o solo fare un lavoro sedentario, od avere i piedi piatti, per causare le varici, ma molti fattori insieme devono concorrere.

La malattia varicosa si può presentare sotto diverse forme spesso presenti contemporaneamente:

  • Telangiectasie (capillari)
  • Varici reticolari
  • Incontinenza della safena
  • Varici di collaterali della safena
  • Varici isolate
  • Varici recidive

 

Vene delle mani: un problema estetico (12)

Alcune donne però si lamentano delle vene presenti sul dorso delle mani.

Queste appaiono molto sporgenti specie in certi momenti della giornata, o, soprattutto, con l’arrivo della stagione calda.

Il problema si pone in genere in donne dalla struttura minuta, magre. Con il passare degli anni l’invecchiamento della pelle causa una atrofia dei tessuti sottocutanei rendendo più evidenti i vasi venosi sottostanti. Questo è più evidente sul dorso delle mani dove la pelle è già più sottile.

Spesso si tratta di pazienti affette da varici alle gambe, indicando che, comunque, c’è una certa lassità familiare dei tessuti venosi di tutto il corpo.

Queste vene, pur molto visibili e dilatate, non sono vene varicose. In esse infatti il sangue corre nella giusta direzione.

Non c’è inoltre pericolo di flebite, di alterazione cutanea o di altra complicazione come per le varici della gamba.

Il trattamento delle vene del dorso della mano dunque è richiesto solo per motivi estetici.

 

Ulcere degli arti inferiori (13)

Per ulcera si intende genericamente una ferita che non tende a guarire spontaneamente. Le più frequenti sono quelle dovute ad insufficienza venosa cronica, le cosiddette ulcere venose.

Si parla di ulcere varicose quando l’insufficienza venosa è superficiale, dovuta alla presenza di vene varicose.

Si presentano per lo più al 3° inferiore della gamba, sulla faccia interna. In genere nascono come conseguenza di un piccolo trauma, su una pelle spesso già edematosa, arrossata, atrofica a causa della stasi venosa. La ferita non tende a guarire ma anzi si allarga progressivamente nonostante l’applicazione di ogni tipo di pomata “miracolosa”.

Le ulcere possono essere del tutto asintomatiche, ma anche molto dolenti, quando è presente una infezione.

Le ulcere non hanno tendenza spontanea alla guarigione, ma possono guarire soprattutto grazie ad una compressione prolungata e paziente mediante bendaggi e/o calze elastiche.

Sono meno importanti le cure dirette sulla ferita; non esiste infatti la pomata miracolosa che le fa guarire.

E’ fondamentale invece l’azione di spinta sulla circolazione venosa che viene ottenuta con: trattamento delle varici, bendaggio, deambulazione, riposo a gamba sollevata.

Le medicazioni della ferita devono servire ad ottenere l’eliminazione delle parti necrotiche (nere) e dell’essudato infiammatorio (giallo), fino ad ottenere una superficie pulita d’aspetto “sano”, cosiddetto “di granulazione” (rosso). In questa fase scompare il dolore e la ferita comincia a guarire.

Una frequenza settimanale di medicazione è l’ideale per consentire ai tessuti di guarire. Medicazioni più frequenti sono a volte necessarie nelle fasi iniziali (nera e gialla), ma nella fase di granulazione (rossa) sono persino dannose.

La guarigione di un’ulcera richiede pazienza e tempo. In condizioni favorevoli il tempo richiesto va dai 3 ai 6 mesi. Oltre questo tempo, soprattutto se non sono evidenti dei progressi, l’ulcera può essere considerata “refrattaria” (10% dei casi).

Il trattamento non richiede ospedalizzazione. La medicazione può essere praticata in ambulatorio, in genere settimanalmente. Solo casi particolarmente gravi (5%) necessitano di ricovero almeno iniziale.

 

Tromboflebite superficiale (14)

Una comune complicazione delle vene varicose.

I termini di Flebite, Periflebite, Tromboflebite, Varicoflebite sono usati in genere per definire una comune complicazione delle vene varicose: la trombosi di una vena varicosa superficiale.

Le varici possono essere presenti da molto tempo senza dare disturbi importanti, ma improvvisamente può manifestarsi una area dolente, calda e gonfia all’interno della quale è possibile palpare un nodulo od un cordone duro corrispondente alla varice trombizzata.

Spesso è facile trovare una causa scatenante (trauma, puntura dì insetto, calore, gravidanza, allettamento, ingessatura, iniezione sclerosante, ecc), ma sempre è presente alla base una stasi venosa ed un danno della parete della vena malata, che sono la vera causa della trombosi.

La vena malata è chiusa per la presenza di un coagulo (il trombo). La formazione di questo causa una reazione infiammatoria intensa sulla parete della vena (flebite o varicoflebite, se la vena è varicosa) e nei tessuti circostanti (periflebite) con dolore e gonfiore locale. Dal punto di inizio la flebite più estendersi lungo tutta la varice.

In genere la malattia è dolorosa ma non grave e non causa conseguenze importanti, soprattutto non causa embolia polmonare. Camminando, il dolore si accentua un po’, ma non c’è un gonfiore generalizzato, a meno che non sia interessata la circolazione profonda.

La diagnosi è semplice nella maggioranza dei casi, ma è prudente eseguire un esame Eco Doppler soprattutto in presenza di sintomi anomali, edema di tutta la gamba, dolore diffuso e di interessamento safena alla coscia. L’esame infatti rivela l’eventuale risalita della trombosi lungo la safena fino all’imbocco della vena femorale, cioè in una vena profonda. In questo caso la malattia è molto più grave, può causare embolia polmonare, e necessita di una terapia più aggressiva.

La Trombosi di una varice ha una evoluzione benigna: l’infiammazione tende a spegnersi, la vena trombizzata si riapre nel giro di qualche mese; ma se non si provvede a curare la malattia principale (le varici) la flebite tende a ripresentarsi.

 

Edema (15)

Il termine edema deriva dal greco οιδημα che significa gonfiore. Quando la capacità di trasporto linfatico supera quella di drenaggio del sistema linfatico, si ha un ristagno di liquido nell’interstizio, ovvero edema.

In base alla classificazione di Crockett che si basa sulla concentrazione di proteine distinguiamo due tipi di edema. L’edema a basso contenuto di proteine in cui la concentrazione in grammi % è inferiore ad 1 e l’edema ad alto contenuto proteico in cui è maggiore a 1 gr %.

Negli edemi a basso contenuto di proteine i disturbi del bilancio di scambio nel sistema di Starling-Landis distinguono 4 tipi di edema interstiziale:

a) edema della nefrosi e dell’insufficienza epatica in cui la pressione colloido-osmotica è bassa, in questo tipo la concentrazione proteica è compresa tra 0,1-0,3 gr %;

b) edema dell’insufficienza cardiaca in cui c’è un incremento della pressione idrostatica, con concentrazione proteica tra i 0,3-0,5 gr %;

c) edema dell’ostruzione e/o insufficienza linfatica in cui oltre ad un aumento della pressione idrostatica, si osserva un aumento della permeabilità capillare. In questo caso la concentrazione proteica è compresa tra 0,6-0,9 gr %;

d) edema in corso di ustioni e allergie, in questo caso il fattore importante è un aumento della permeabilità capillare con una concentrazione proteica tra 1 ed i 2 gr %, questo edema è borderline con gli edemi linfatici.

Infine negli edemi iperproteici abbiamo l’edema linfatico, in questo caso distinguiamo tre cause patogenetiche principali:

a) l’interruzione dei linfatici, con una concentrazione proteica tra 1 e 4 gr %;

b) l’edema da alterata funzionalità linfatica, con un contenuto compreso fra 1 e 3,5 gr %;

c) l’edema da insufficienza valvolare linfatica con 2-3,5 gr % di proteine.

 

1.2.3. da automedicazione.it
4.6.7.8.10.11.12.13.14. da circolazionevenosa.it
5. da angelini.it
9. da senology.it
15. da linfedema.org