Dr. Paolo Fazii
Specialista in Dermatologia e  Dirigente Medico Laboratorio di analisi

I dermatofiti sono funghi cheratinofili, cioè in grado di parassitare i tessuti cheratinizzati, lo strato corneo dell’epidermide e gli annessi cutanei (capelli, peli e unghie nell’uomo, penne, piume, peli, zoccoli ecc., negli animali). In base alla modalità di riproduzione, esiste una classificazione che riunisce in tre generi (Epidermophyon, Microsporum e Trichophyton) le specie dermatofitiche asessuate o anamorfe o imperfecte;

per alcune specie anamorfe sono note anche le “forme perfecte”, o teleomorfe, che vengono incluse nel genere Arthroderma(9). In base all’habitat primario i dermatofiti vengono poi classificati in tre gruppi: dermatofiti geofili che hanno il loro habitat nel terreno, dermatofiti zoofili associati agli animali ed infine dermatofiti antropofili che hanno come habitat primario l’uomo.

L’infezione da essi provocata viene chiamata dermatofitosi o dermatofizia e può interessare sia l’uomo che alcuni altri animali, essenzialmente mammiferi ed uccelli.

Le dermatofitosi vengono denominate internazionalmente con il termine latino tinea (=verme o larva di insetto), seguito dalla specificazione, sempre in lingua latina, del sito anatomico parassitato(tinea barbae, tinea corporis, tinea capitis ecc. ).

 

Le dermatofitosi sono micosi superficiali in quanto i dermatofiti non sono in grado di parassitare il derma e di diffondersi negli organi interni. In condizioni immunologiche particolari, però, si possono osservare forme di dermatofitosi profonde . Più in generale, la gravità e l’estensione dell’infezione possono dipendere dalla virulenza del ceppo infettante, dalla carica microbica, da alcuni fattori legati all’ospite, dalla sede di penetrazione e da alcuni fattori ambientali.

 

Le dermatofitosi sono le micosi più frequenti in patologia umana. La forma sicuramente più diffusa è la tinea pedis (il “piede d’atleta”) soprattutto nel mondo occidentale; seguono per ordine di prevalenza tinea corporis, tinea unguium, tinea cruris e tinea capitis. Quest’ultima forma di presentazione clinica è, però, fra le più frequenti in alcune zone economicamente depresse ed è quasi esclusivamente riscontrabile in soggetti in età pre-pubere a causa della mancanza, sul cuoio capelluto in questa fase della vita, di sostanze inibenti lo sviluppo dei dermatofiti (acidi grassi polinsaturi presenti nel sebo degli adulti). Dermatofitosi più rare sono: la tinea faciei, la tinea barbe e la tinea manuum. Talora in seguito all’uso di corticosteroidi somministrati topicamente su una dermatofizia a causa di un’errata diagnosi dermatologica oppure per via sistemica per la terapia di altre patologie concomitanti, la dermatofitosi si modifica nell’aspetto, si diffonde ulteriormente sulla cute, cronicizzandosi; è questa la cosiddetta tinea incognito, che spesso viene diagnosticata (e trattata!) adeguatamente solo dopo moltissimi anni. Nelle zone più povere del globo prevalgono le dermatofitosi sostenute dalle specie antropofile, in quelle più sviluppate si riscontrano invece le forme sostenute dai dermatofiti zoofili. Vi è anche una diversità di presentazione clinica in relazione all’età, al sesso, alla professione e ad altri fattori.

 

Bisogna, inoltre, ricordare che le dermatofitosi sono patologie infettive di competenza anche del medico veterinario, potendo i dermatofiti provocare infezione, sia fra gli animali da reddito (bovini, equini, suini, gallinacei ecc.), che fra quelli d’affezione (cani, gatti, piccoli roditori ecc.).
La terapia può essere locale o generale; nelle forme con interessamento esclusivamente epidermico è solitamente sufficiente la sola terapia per uso topico, mentre nelle forme con interessamento dei peli e delle unghie, in quelle diffuse e nelle forme infiammatorie è necessario associare anche un farmaco per via sistemica. In effetti la terapia sistemica è spesso irrinunciabile quando vi è appunto il coinvolgimento degli annessi cutanei o, quando, le lesioni sono ipercheratosiche, particolarmente estese o multiple, oppure si voglia ottenere la bonifica completa delle lesioni “minime” prevenendo così le eventuali recidive.

 

I farmaci utilizzabili per uso topico sono i derivati imidazolici (econazolo, miconazolo, tioconazolo, isoconazolo, fluconazolo, chetaconazolo ecc.) e la ciclopiroxolamina; quelli utilizzabili per via sistemica sono: gli azoli fluconazolo e itraconazolo, la terbinafina (è una allilamina) e la griseofulvina che, benché sia il più vetusto fra i farmaci anti-dermatofiti, è quello ancora d’elezione nel trattamento delle forme di tinea capitis, in particolare in quelle in cui si sospetta che l’agente etiologico sia Microsporum canis .

 

La diagnostica di laboratorio delle dermatofitosi è importante sia dal punto di vista clinico che epidemiologico. Il momento della raccolta del campione è fondamentale in quanto, se non ben eseguita, viene tutto vanificato. La raccolta del campione deve essere eseguita utilizzando idonei strumenti sterili (bisturi a lama panciuta, tronchesi, forbici, pinze ecc.) dopo aver disinfettato, con un alcool etilico o isopropilico al 70%, l’area della dermatologica che, si pensa, possa contenere il maggior numero di elementi fungini (ad esempio i capelli rotti e le squame presenti nella zona alopecia di tinea capitis). Le scaglie cutanee e/o i pezzi di annessi cutanei vengono raccolti su una piastra di Petri sterile vuota, su vetrini portaoggetti o su pezzi di carta di colore nero-forte.
I pezzetti di campione clinico vengono, in seguito, utilizzati per due tipi di esame microbiologico:
A) l’esame micologico diretto e B) l’esame micologico colturale.

 

A) L’esame micologico diretto, consente nell’arco di poche decine di minuti, di evidenziare, microscopicamente, la presenza di elementi fungini nei campioni clinici raccolti. Prima dell’osservazione al microscopio bisogna, però, utilizzare un artifizio affinché i campioni raccolti possano essere osservati adeguatamente: bisogna, “chiarificare” i campioni clinici tramite sostanze chiarificanti quali l’idrossido di potassio al 10-40% o il cloral-lactofenolo. In pratica, il campione clinico deve essere sistemato su un vetrino portaoggetti su cui verranno poste alcune gocce di sostanza chiarificante che dovrà essere lasciata agire per 30-60′ o più (se si usa ad esempio l’idrossido di potassio). Dopo questo lasso di tempo il vetrino verrà osservato attentamente in microscopia ottica a100X , a 200X e a 400X: nel caso di una dermatofitosi si osserveranno ife ialine settate ed artroconidi. Nel caso di tinea capitis verranno invece osservati, all’interno o all’esterno dei capelli parassitati, spore fungine dermatofitiche. Tramite l’esame micologico diretto si riesce quindi ad eseguire una diagnosi “presuntiva” di dermatofitosi che comunque sarà utilissima al dermatologo al fine di instaurare una pronta e corretta terapia anti-fungina.

 

B) Nella pratica, parallelamente all’esame micologico diretto, va eseguito anche l’esame micologico colturale che consentirà di confermare la diagnosi presuntiva precedentemente posta e di fornire informazioni utilissime a fini epidemiologici grazie all’evidenziazione della specie dermatofitica eventualmente sviluppatasi in coltura. Anche in questo caso, affinché si voglia eseguire una coltura in maniera corretta bisogna utilizzare un’artifizio: i dermatofiti sono fra i miceti a più lenta crescita e, quindi, se si utilizzasse un terreno “elettivo” per funghi quale il Sabouraud Destrosio Agar, su di esso potrebbero svilupparsi facilmente ed in breve tempo sia i batteri che i funghi filamentosi eventualmente presenti, come colonizzanti, sui campioni clinici; essi andrebbero di fatto a consumare tutto il “pabulum”, senza quindi possibilità di sviluppo della specie dermatofitica eventualmente presente. Bisogna quindi utilizzare terreni di coltura specifici, selettivi per i dermatofiti. Quello sicuramente più utilizzato è il Sabouraud Destrosio Agar a cui sono stati aggiunti sia antibiotici quali la gentamicina e il cloramfenicolo sia un inibente lo sviluppo delle muffe quale la cicloeximide. Su questo terreno, in almeno 5-10 punti, vanno seminati i pezzetti del campione clinico; la piastra dovrà essere incubata a temperatura ambiente ( 25-30°C, in quanto i tutti i dermatofiti si sviluppano meglio a queste temperature; l’eccezione è rappresentata da Trichophyton verrucosum che si sviluppa meglio a 37°C) per almeno 4 settimane: solo dopo questo lasso di tempo, in assenza di crescita fungina, l’esame colturale verrà repertato come negativo.

 

Al contrario, lo sviluppo compiuto delle colonie dermatofiche varia da specie a specie: ad esempio Microsporum canis si sviluppa bene entro 6-10 giorni, Trichophyton rubrum in 2 settimane ecc.
Le colonie dermatofitiche compiutamente sviluppatesi verranno allora valutate macroscopicamente sia con l’osservazione del colore, della topografia che della morfologia delle stesse mediante l’osservazione del recto della piastra (cioè della parte anteriore della piastra di Petri) sia con l’osservazione del verso del terreno di coltura (cioè della parte posteriore della piastra) per l’evidenziazione di pigmenti eventualmente prodotti dal dermatofita e diffusi nel medium (per esempio il pigmento color “rosso-porto” prodotto da Trichophyton rubrum). Successivamente all’osservazione macroscopica, va eseguita l’osservazione microscopica delle colonie compiutamente sviluppatesi: si preleverà un porzione di micelio aereo (talora con una porzione di micelio vegetativo) che si porrà su un vetrino portaoggetti su cui saranno state poste alcune gocce di blu-lattofenolo; l’osservazione al microscopio ottico a 100X, 200X e 400X consentirà di osservare le strutture dermatofitiche (gli organi di riproduzione o di fruttificazione cioè i micro- ed i macro-conidi, le clamidospore e gli organi ornamentali quali le ife a pettine, i corpi nodulari, le ife a spirale ecc.) che ci indirizzeranno verso una diagnosi di genere e di specie. Se l’osservazione macro- e micro-scopica delle colonie non consentirà di arrivare alla diagnosi di specie potranno essere effettuati alcuni tests, cosiddetti supplementari quali il test dell’ureasi, il test di “perforazione dei capelli in vitro”, il test “ai grani di riso”, ecc. Se anche con queste metodiche non si riesce a porre una diagnosi di specie, attualmente, anche se solo in alcuni centri di ricerca, è possibile eseguire tests di biologia molecolare sia da campioni clinici che da coltura.

 

In Italia e nell’Europa centro-meridionale le specie dermatofitiche più frequentemente isolate sono rispettivamente: Trichophyton rubrum, Microsporum canis, Trychophton mentagrophytes var mentagrophytes, Trichophyton mentagrophytes var interdigitale, Epidermophyton floccosum.

 

Anche la casistica osservata nell’ultimo decennio nel pescarese confermano questa tendenza nazionale (Paolo Fazii, dati non pubblicati).
Da qualche anno, con l’avvento di lavoratori e di migranti provenienti soprattutto da Paesi in via di sviluppo, sono state isolate alcune specie, un tempo presenti sul nostro territorio ma da qualche decennio di fatto scomparse, quali il Trichophyton violaceum, il Trichophyton tonsurans e Microsporum audouinii.

 

Le dermatofitosi sono dunque un’entità patologica sicuramente importante sul piano epidemiologico sia per l’alta frequenza delle osservazioni che per la notevole diffusibilità ambientale causata anche dal notevole numero di carriers umani ed animali solo apparentemente “sani”. In effetti, la prevalenza e l’incidenza reali di alcune dermatofitosi, soprattutto di tinea pedis, sono misconosciute anche se probabilmente elevatissime; ciò è dovuto soprattutto all’aumento delle pratiche sportive o di ricreazione e all’uso di scarpe “da tennis” quale ordinario complemento del vestiario soprattutto fra le più giovani generazioni, un tempo (soprattutto i soggetti di sesso femminile) ritenute indenni da questa particolare micosi. Si vuole sottolineare, infine, l’importanza dell’esame micologico che riesce a confermare sempre il sospetto clinico soprattutto laddove la presentazione sia atipica come ad esempio nel caso di tinea incognito.

 

BIBLIOGRAFIA

1) AJELLO L, FARINA C, MAZZONI A, PICERNO G. “Fondamenti di Micologia Clinica”, AMCLI Editore Milano 1993.
2) FARINA C, CONCIA E, SORIO O. Molecole antifungine e modalità terapeutiche. In: L.Ajello, C. Farina, A. Mazzoni, G. Picerno (eds.): “Fondamenti di Micologia Clinica”, AMCLI Editore Milano 1993, Cap.26, pag. 469 -509;
3) KANE J, SUMMERBELL RC, SIGLER L, KRAJDEN S, LAND GA. Laboratory handbook of dermatophytes.Star Publishing, Belmont, Calif 1997.
4) KONEMAN EW, ROBERTS GD, FANN WRIGHT S. Practical Laboratory Mycology. 2nd Edition The Williams & Wilkins Company, Baltimore, 1978.
5) HAY RJ, ROBERTS SOB, McKENZIE DWR. In: ROOK/ WILKINSON/EBLING’S Textbook of Dermatology. RH Champion, JL Burton, FJG Ebling (eds.). Blackwell Scientific Publications, Oxford, 1998 – 6th edition, Cap. 27, pag. 1163-1170.
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8) SALKIN IF, PADHYE AA, KEMNA ME. A new medium for the presumtive identification of dermatophytes. J Clin Microbiol 1997; 35; 2660-2662;

9) WEITZMAN I, SUMMERBELL RC. The dermatophytes. Clin Microbiol Rev 1995; 8: 240-259;[/vc_column_text][/vc_column]

2_-_Dermatofitosi

Dr. Paolo Fazii
Specialista in Dermatologia e  Dirigente Medico Laboratorio di analisi
P.O. “Spirito Santo” – PESCARA

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