Il termine musicoterapia nasce dall’Antica Grecia e oggi indica il ricorso ad esperienze musicali attive, in cui s’impiega la musica per coltivare l’espressione creativa, o esperienze passive in cui predomina l’ascolto.

Da qualche tempo si parla dell’effetto positivo della musica sull’epilessia. Sembra che l’ascolto di brevi passi dalla sonata K448 di Mozart, possa ridurre la frequenza degli attacchi epilettici.
Il prof. John Jenkins, che ha fatto una revisione internazionale sulla musicoterapia, afferma che molto probabilmente anche altre musiche possono sortire il cosiddetto “effetto Mozart“.

 

Con il termine di musicoterapia si intende l’utilizzo della musica e degli elementi musicali (armonia, melodia, ritmo, timbro) per favorire l’integrazione fisica, psicologica ed emotiva dell’individuo.

 

La sua nascita si perde nella notte dei tempi, ma il riconoscimento come disciplina specifica ed efficace risale ai primi del secolo scorso.

 

Si conoscono due principali indirizzi di pensiero: uno prettamente medico e uno pedagogico. Il primo fa riferimento alle teorie di Rolando Benenzon ed Edith Lecourt; il secondo alle esperienze di Juliette Alvin, Paul Nordoff e Clive Robbins.
Fisicamente il suono è una perturbazione vibratoria che si propaga nei mezzi elastici e che è in grado di produrre una sensazione uditiva. Il fenomeno vibratorio avviene solitamente nell’aria, ma è anche presente nei solidi e nei liquidi.

 

Si parla di suoni condizionati, derivanti da un’associazione mentale, e di suoni incondizionati, estrapolati da un’elaborazione neurale, per così dire, primitivi, che stimolano una risposta di tipo emozionale e che risultano comprensibili da tutti: a esempio il pianto e il riso.

 

L’uomo entra in contatto con la musica già nella vita intrauterina, ascoltando il battito cardiaco, la respirazione e la circolazione sanguigna materna.
A questi suoni si associano tutti quelli esterni che, in una maniera o in un’altra, influenzeranno la vita futura.

 

Le risposte degli esseri umani alla musica vanno ben oltre il suono. La musica può essere sperimentata fisiologicamente, con cambiamenti della frequenza cardiaca, attraverso il movimento, lo stato d’animo e le emozioni, ma anche cognitivamente, tramite conoscenza e memoria. Gli animali possono percepire le varietà di suono e alcuni possono riscontrare differenze tra i vari compositori e stili musicali, essi sono però incapaci dì conservare il ricordo delle melodie e l’aspetto olistico della musica. Ciò nonostante, rispondono alla musica; a esempio, le mucche sono più predisposte a riunirsi nella stalla quando suona della musica.

 

Tutto ciò suggerisce che alcuni meccanismi del cervello primitivo siano coinvolti in almeno alcune delle nostre risposte ai suoni. Le parti del cervello che elaborano la musica si sviluppano nelle ultime parti della gestazione. Consistono in un esteso sistema neurale che è largamente distribuito in tutto il cervello, ma che ha regioni specializzate per i differenti aspetti del comportamento musicale. Entrambi gli emisferi cerebrali sono coinvolti proprio per la complessità dell’esperienza musicale che può interessare il sistema uditivo, visivo, cognitivo, affettivo e motorio. L’emisfero sinistro elabora le informazioni in modo verbale, sequenziale, logico e analitico. L’emisfero destro funziona secondo un processo non verbale, globale, intuitivo e sintetico.
Cambiamenti nell’organizzazione e funzionamento del cervello si realizzano in base all’esperienza e preparazione musicale. Perciò quelli con alti livelli di competenza, mostrano una prevalenza temporale sinistra, soprattutto se hanno cominciato prima dei sette anni di età e hanno una buona intonazione. La corteccia motoria, che controlla le dita, a esempio, aumenta in risposta alle esercitazioni al pianoforte.
A causa dei molteplici modi in cui la musica può essere sperimentata, il cervello musicale risulta estremamente plastico.

 

Importante, anche se meno esplorato, è il legame tra musica e risposte emotive.
Attualmente sì è d’accordo nel pensare che venga coinvolta l’amigdala, la quale riceve input direttamente dal talamo in maniera rapida, prima che vengano elaborate dalla corteccia. Ciò spiegherebbe le risposte immediate, e talora imbarazzanti, nei riguardi della musica: a esempio, commuoversi ascoltando dei bambini cantare.
Le vie corticali invece impiegano più tempo per reagire alle informazioni in entrata, ma danno una valutazione più completa; in termini musicali, richiamano alla memoria particolari situazioni legate alla musica ascoltata. L’amigdala ha strette connessioni con l’ipotalamo, la parte del cervello che valuta il comportamento emotivo. Ciò garantisce la nostra rapida risposta agli stimoli in entrata, soprattutto quando tali reazioni sono importanti per la nostra sopravvivenza. Uno dei maggiori componenti neurologici delle emozioni è il sistema nervoso autonomo. Come si sa, esso risulta costituito dal simpatico e dal parasimpatico.
Il primo attiva il corpo aumentando la frequenza cardiaca, stimolando la produzione di adrenalina e di altri neurotrasmettitori e stimolando la conversione del glicogeno per produrre energia. Il parasimpatico invece abbassa la frequenza cardiaca, stimola la digestione e la secrezione salivare.

 

Si è visto che differenti tipi di musica possono stimolare rispettivamente il simpatico o il parasimpatico.
La ricerca suggerisce anche il coinvolgimento del sistema limbico che contiene un grande numero di recettori per gli oppioidi endogeni. Ascoltare musica sembra stimolare il rilascio delle endorfine. Ciò risulta particolarmente importante in relazione con gli atti terapeutici effettuati al suono della musica.

 

La musica ha un importante ruolo nel favorire la comunicazione, la relazione, l’apprendimento, la motricità, l’espressione. Inoltre è in grado di sviluppare le funzioni potenziali e residue dell’individuo per realizzare l’integrazione sociale e quindi migliorare la qualità della vita.

 

Il musicoterapeuta conosce gli effetti positivi della musica e deve stare attento a non mettere in atto quelli negativi. Il primo passo è l’ascolto empatico. Esso si basa sul ricalco della postura della persona della quale il musicoterapeuta si deve prendere cura. Il ricalco posturale consiste nel rimarcare il tono energetico del paziente. In questo modo si ottiene una comunicazione immediata, diretta, modificabile di attimo in attimo in base alle situazioni in continuo divenire.

 

L’ascolto empatico si attua attraverso l’euritmia e il dialogo sonoro. L’euritmia sta a indicare la coordinazione tra suono e movimenti; a esempio la mamma che allatta il proprio bambino cullandolo e cantandogli una ninna nanna. Il dialogo sonoro è sempre immediato e imprevedibile.
La regola dell’imprevedibilità è tipica dell’arte e trova il suo fondamento nell’originalità che caratterizza ogni essere umano.

 

Compito della musicoterapia è quello di favorire la comunicazione mantenendo, talvolta enfatizzando, la originalità dell’individuo.

 

Il campo di applicazione della musicoterapia è vasto: disturbi psichiatrici, geriatria, medicina interna, oncologia, disturbi dell’alimentazione, tossicodipendenza, handicap fisici e mentali.

 

 

Questi alcuni giudizi espressi nel tempo sull’uso della musica come strumento di crescita e terapia.

 

“Il nutrimento vocale che la madre fornisce al figlio è importante per lo sviluppo del bambino, proprio come il suo latte” Alfred Tomatis

 

“Prima di tutto dovete usare le vostre orecchie per rimuovere un po’ di fardello dagli occhi. Fin dalla nascita avete usato gli occhi per giudicare il mondo. Un guerriero ascolta sempre i suoni del mondo” Carlos Castaneda

 

“La musica è la vostra esperienza, i vostri pensieri, la vostra saggezza. Se non la vivete, non uscirà dai vostri strumenti” Charlie Parker

 

“Il potere della musica di integrare e curare… è un elemento essenziale. (E’) il più completo farmaco non chimico” Oliver Sacks

 

 

 

DA “ La pelle” Anno 9