È noto come la comparsa, sul cuoio capelluto, di un’abbondante manifestazione biancastra e squamosa che tende ad impregnare i capelli e a distaccarsi da essi sia spontaneamente che al momento della pettinatura.

Altro non è che l’espressione visibile di un’ accelerazione del “turn-over” delle cellule dello strato germinativo dell’epidermide.

 

Se ne distinguono due grandi varietà:
  • quella a squame secche, fini, grigiastre, accompagnate da prurito cutaneo senza reazione dermografica epidermica;
  • quella a squame spesse e grasse, cui si associa la seborrea del cuoio capelluto.
È una condizione para-fisiologica che compare generalmente già in età puberale per poi evidenziarsi maggiormente in quella giovanile, per scomparire poi spontaneamente dopo i 35-40 anni.

 

Sulla genesi di questo disturbo le interpretazioni non sono, al momento attuale, concordi e pertanto le discussioni in merito persistono; l’unico dato certo ed universalmente accettato è che il cuoio capelluto furfuraceo risulta particolarmente dotato di “flora microbica saprofìtica” che comprende batteri quali i Cocchi Aerobi (Corynebacterium acnes) e soprattutto il Pytosforum ovale, che è forse il più importante di tutti.

 

Questi batteri sarebbero responsabili di una produzione enzimatica a specifica peculiarità lipolitica, in virtù della quale si avrebbe localmente una iperproduzione di acidi grassi – liberati per lisi dei componenti lipidici delle strutture cornee della epidermide – che divengono irritanti per la cute in seguito a successivi fenomeni di autossidazione.

 

Il trattamento igienico-cosmetico di questi stati parafisiologici richiede l’adozione di shampoo con caratteristiche peculiari, e cioè:
  • attività battericida intensa
  • base lavante efficace per l’allontanamento della forfora presente sul cuoio capelluto, ma non irritante per l’epidermide già sofferente.

 

Per tali motivi sono stati messi in commercio preparati diversi, che contengono varie sostanze “ad hoc”, fra cui predominano lo zincopiritione all’1,7%, l’olio di cade al 2% associato all’acido salicilico all’ 1,4% ed all’idroallantoinato di alluminio allo 0,2%; ed ancora il catrame vegetale o il carbon fossile, gli estratti di timo e di lichene islandico; molto meno usato il solfuro di selenio (tossico), che si trova solo in determinate formulazioni farmacologiche, da impiegarsi sotto stretto controllo dermatologico.

 

Per le necessità particolari dell’alterazione da combattere, gli shampoo antiforfora vanno praticati almeno due volte la settimana (per periodi anche di mesi) sino alla eliminazione totale del disturbo, che non sarà improvvisa, ma graduale, con durata minima compresa fra le cinque e le otto settimane.

 

 

 

Da nuovaitaliamedica.it