Stimoli visivi, rumori e odori: per un bambino, l’incontro con ambienti diversi costituisce una specie di immersione in un corso di educazione totale.

Se ripenso alla mia infanzia, la ricordo libera e ricca di esperienze: non solo scorribande nei cortili, ma anche tanti viaggi. Spesso, infatti, mi trasferivo con la famiglia in Paesi di culture diverse, in Africa e in Asia, per seguire mio padre, che era geologo e ricercatore nel campo minerario e petrolifero.
Durante quei viaggi, ho vissuto esperienze significative e imparato presto altre lingue.
In seguito, alla luce del mio lavoro di neurobiologo, ho capito quanto siano fondamentali certe vicende infantili per la formazione dell’individuo.
Il cervello del bambino, infatti, è come una scatola con occhi, orecchie, naso e bocca. Stimoli visivi, rumori, odori, sapori plasmano il cervello come se fosse argilla.

 

Il fattore più straordinario, emerso dalle ricerche degli ultimi anni nel settore della genetica, è la quantità di geni del bambino: circa venticinquemila, un numero di poco superiore a quello di alcuni organismi molto semplici, come, ad esempio, il moscerino della frutta, che ne ha ventimila.
Tuttavia, per quanto riguarda il numero delle cellule nervose (i neuroni), la differenza è enorme: nel cervello umano, del bambino e dell’adulto, sono milioni di miliardi, mentre quei piccoli animali, organismi semplici, ne hanno solo trecento.
Tra l’altro, le cellule che non sono usate vanno perse, e questo significa che il bambino ha forse un numero di neuroni maggiore di quello dell’adulto.

 

L’ambiente, gli stimoli esterni e l’alimentazione condizionano enormemente il suo sviluppo. Non solo nell’età postnatale, ma persino quando il bambino è nella pancia della mamma alcuni fattori determinano lo sviluppo del cervello: ambiente, alimentazione, stimoli ed esperienze esterne vissute dalla madre.
Dal momento in cui siamo concepiti, fino a quando nasciamo e diventiamo adulti, il potenziale, che deriva dall’interazione con l’ambiente, è incredibile.
Disporre di un certo patrimonio genetico ereditato dai genitori può sicuramente influenzare il destino, ma molto dipende da quello che facciamo noi con questa sorta di argilla, con i mattoni che abbiamo a disposizione e che possono essere combinati in vario modo, come in un puzzle, a seconda delle esperienze vissute.

 

Non è semplice capire che cosa avvenga nel cervello del bambino che viaggia. Non sempre, infatti, gli stimoli hanno un effetto di crescita. Durante il viaggio, tutto è diverso e le varie parti del cervello sono stimolate in maniera omogenea: la “scatola” della visione, quella del linguaggio, quella dell’emotività. E’ una specie di immersione in un corso di educazione totale, dove il bambino può manifestare al massimo la creatività. Affinché questo avvenga, tuttavia, non deve essere forzato, né stressato.
Leggere libri, suonare uno strumento, viaggiare, imparare lingue straniere, interagire con ambienti e culture diverse significa plasmare la struttura cerebrale.
Occorre, però, anche lasciare spazio al gioco. Il bambino, infatti, deve essere artefice delle proprie azioni.
Nelle generazioni passate era più facile crescere liberi e con una certa autonomia. Era più naturale, ad esempio, prendere il tram da soli, andare a giocare in un giardino pubblico, fare gite con i compagni. In questo modo il bambino imparava da solo a interagire con l’ambiente.
Oggi, paradossalmente, l’autonomia del bambino è ritardata a causa di condizioni ambientali più pericolose, oppure perché lo si sottopone a una serie spropositata di messaggi. Se, invece, in una condizione tranquilla, il bambino riceve più stimoli, come avviene in viaggio, e viene lasciato lavorare autonomamente sui problemi dell’ambiente nuovo, l’esperienza diventa positiva.

 

Una serie di studi recenti ha mostrato che, quando il bambino si trova ad affrontare difficoltà in situazioni inaspettate, non solo sviluppa la funzione, ma modifica anche la struttura del cervello.
Recentemente, una tecnica molto avanzata della microscopia elettronica, chiamata “microscopia a due fotoni“, ha permesso di guardare in profondità nel cervello di animali da laboratorio. Si è visto, così, che le stimolazioni dell’ambiente fanno crescere le cellule neuronali.
I neuroni sono come alberi, con rami e foglie più o meno rigogliosi. In gergo sono chiamati dendriti (dal greco dendrites, che vuol dire arboreo). Come gli alberi crescono con il sole, l’aria e altri alimenti della terra, così i nostri dendriti ricevono dall’ambiente informazioni e nutrimento: luce, colori, odori, sapori sono elaborati a livello di cellule neuronali.
Nel cervello, le informazioni sono trasmesse con segnali di tipo chimico, soprattutto grazie alla molecola del glutammato, che si trova nella salsa di soia, nelle proteine della carne, in quelle del pesce e, in minor quantità, nelle proteine vegetali. Questa molecola, molto usata nella cucina cinese, è un aminoacido definito “eccitatorio”, proprio perché è un trasmettitore positivo della maggioranza delle nostre sinapsi. Quando i neuroni vogliono mandare messaggi di tipo positivo, usano il glutammato. E’ per questo che lo sviluppo del cervello è condizionato anche da quello che si mangia.

 

Credo, quindi, che, ancor più del nostro patrimonio genetico, sia importante l’uso che facciamo del nostro cervello, un organo estremamente plastico. E’ in una sua parte interna e segreta, nell’ippocampo, che sono in gran parte memorizzate le informazioni. Per anni si è creduto che l’ippocampo gestisse solo le informazioni olfattive. Anche se non si conoscono ancora bene i meccanismi funzionali e molecolari della memoria, un’informazione olfattiva è sicuramente un meccanismo potente per evocare i ricordi. Certi profumi di fiori esotici o frutti tropicali mi riportano nei Paesi lontani dove ho vissuto, perché attraverso quelle sensazioni ritornano emozioni memorizzate in passato.
Più semplicemente, se risento il profumo squisito delle polpette che faceva mia nonna a Padova, mi ritrovo a rovistare in una specie di cassetto che era rimasto chiuso per anni.

 

 

Antonio Malgaroli (Rieti, 1958) è professore Straordinario di Fisiologia Umana presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e Direttore dell’Unità di Neurobiologia dell’apprendimento. Laureatosi in Medicina e Chirurgia nel 1985, si è specializzato in Psichiatria all’Università degli Studi di Milano e ha conseguito un Postdottorato presso il Dipartimento Molecular and Cellular Physiology alla School of Medicine della Stanford University. Ha ottenuto diversi riconoscimenti, tra i quali il Premio di Ricerca biennale intitolato a G. Moruzzi (1989-91) e il Chemofux Award (1991, University of Vienna). E’ membro dell’American Neuroscience Society e dell’American Physiological Society. Sta svolgendo una ricerca sui meccanismi funzionali e molecolari della memoria nel cervello del mammifero.

 

 

Da Viaggi e Sapori – Novembre 2004