La montagna d’estate è bellissima, ma con l’aumentare della quota aumenta anche la forza dei raggi solari. Fondamentale proteggere la pelle con prodotti specifici. Di anno in anno sempre più nostri connazionali provano l’esperienza della vacanza in alta quota, venendo a contatto con il meraviglioso spettacolo che la stagione estiva realizza sulle nostre montagne.

Infinite sfumature di verde, fantasmagoriche fioriture, il quieto rumore dei ruscelli che scorrono a valle o il fragore delle poderose cascate e gli animali – quelli visti solitamente soltanto nei documentari televisivi – che spuntano all’improvviso a pochi passi da noi per ricordarci che l’Uomo è soltanto un piccolo tassello della Vita.
La meraviglia dei boschi, la possibilità di fare un salto indietro nel tempo tornando a vivere, anche se soltanto per poche ore o per pochi giorni, come i nostri antenati, cibandosi soltanto di bacche (fragole, more, mirtilli, lamponi), bevendo dai torrenti, chinandosi sulla riva come i nostri progenitori hanno fatto per centinaia di migliaia di anni.
La montagna d’estate ci allontana da tutto ciò che è artificiale, facendoci dimenticare la sottile pellicola della civiltà e riportandoci a uno stadio che suscita emozioni profonde a tutte le persone che abbiano coltivato e protetto qualche briciola di sensibilità nel loro animo.
C’è poi chi vede invece nella montagna una sfida che lo fa sentire vivo, e la affronta con tutta la preparazione e la tecnologia che il ventunesimo secolo gli mette a disposizione.
E allora c’è il giusto ricorso ai sistemi di posizionamento satellitare, a materiali sempre più resistenti, leggeri e confortevoli, ai cibi liofilizzati, ai gadget per la sopravvivenza.
Ma è sempre raro trovare nello zaino dei supermen della verticalità le creme protettive, le sostanze idratanti, insomma poche cose che però permetterebbero di preservare l’epidermide dal sole e dal freddo, che anche d’estate, alle alte quote, possono essere dannosi.
Mi trovo nel luogo di partenza e di arrivo delle vie per le grandi pareti del Monte Bianco, e mi verrebbe voglia di fermarli tutti, uno ad uno, e chiedergli: “ma che sei scemo?”.
Non è un bello spettacolo, infatti, vederli ritornare con la pelle martoriata, spellata e coperta di bolle da ustione.
Gli alpinisti che incontro magari provengono da una ascensione di valore, hanno vissuto in parete momenti esaltanti, hanno raggiunto la vetta più alta d’Europa. Ma io, lì, ai 3500 metri della Punta Helbronner, di fronte alla maestosità di panorami indescrivibili, non posso che chiedermi: perché dimenticano le precauzioni più elementari per proteggere la propria salute? Perché non pongono la stessa attenzione che rivolgono alla sicurezza durante le ascensioni, anche a quella parte del loro corpo che ancor prima dei tendini e dei muscoli, ancor più di corde e moschettoni, viene a contatto per prima con un ambiente estremo?
La percentuale di chi usa le creme solari ad alto fattore di protezione è sicuramente minoritaria, come se esibire al ritorno dalla scalata tutta la serie dei segni clinici dell’ustione da sole sia un merito, una sorta di “segno dell’eroe”, una specie di distintivo dell’alpinista di qualità.
Intendiamoci: non parliamo di quote himalayane né di atleti capaci di muoversi con facilità sulla sommità delle più alte vette europee, né di grandi alpinisti che si confrontano con il freddo ultraglaciale, con venti che superano i 100 km orari e la totale rarefazione dello schermo atmosferico quale si ha, appunto, nelle cime che sfiorano o superano la “fascia della morte” sopra gli ottomila metri.
Quelli che incontriamo sono escursionisti, camminatori o simpatici merenderos, termine scherzoso con cui vengono indicati gli appassionati di un panino e di un buon bicchiere di vino davanti ai panorami alpini.
Grandi appassionati che dedicano ogni attimo del loro tempo libero alle emozioni di una camminata in montagna.
In considerazione della variabilità dei fattori atmosferici (fisici, geografici, metereologici) non esiste una certezza scientifica esatta relativa all’aumentare dell’insolazione (quantità di radiazione solare che raggiunge il suolo) con il crescere della quota, e le varie ricerche indicano un aumento dall’8% fino al 10-12% per ogni mille metri di dislivello verticale.
Se si considera quindi che sull’arco alpino ci sono più di 80 cime superiori ai 4mila metri di quota, e che la fascia tra i 3mila e i 4mila metri abbonda di rifugi e di bivacchi, di sentieri e di mete che in estate vedono presenti ogni giorno decine di migliaia di persone, ecco che è facile comprendere quanto sia importante la protezione della pelle alle alte quote e come questo discorso di prevenzione non riguardi un numero esiguo di alpinisti, ma addirittura una massa di persone importantissima da un punto di vista numerico!
Basti ad esempio considerare il punto di osservazione per queste mie riflessioni, citato all’inizio di questo articolo: la Punta Helbronner in Valle d’Aosta, stazione di partenza per decine di itinerari sul massiccio del Bianco. Si trova a 3.500 metri di quota e chiunque può arrivarvi con una comoda teleferica: non c’è bisogno di sudare, faticare, arrampicare. Occorre semplicemente acquistare un biglietto.
E una grande terrazza panoramica accoglie, solo in questo punto, centinaia e centinaia di persone al giorno, che vengono magari solo proprio per migliorare la propria abbronzatura.
L’insolazione è quasi raddoppiata dalla riflessione sui ghiacciai circostanti, e inoltre, la radiazione diretta è del 35% maggiore che a livello del mare. Addirittura se le condizioni del tempo lo permettono, proprio sul ghiacciaio i gestori dei rifugi aprono veri e propri solarium, accortamente delimitati dalle zone a rischio di crepacci.

 

La temperatura freschissima spinge infine ad aumentare i tempi di esposizione al sole, cosicché la pelle è soggetta a uno stress fisico-biologico molto maggiore di quello che generalmente sopporta a livello del mare

 

Oltre i turisti della alte quote – alpinisti, escursionisti, appassionati di teleferiche – il discorso riguarda anche persone che semplicemente vivono in località come Cervinia o il Sestriere, o quelli vicini ai grandi valichi alpini, situati a più di duemila metri di altitudine, e quindi con una insolazione maggiore in media del 20%.
E’ nei riguardi di tutti loro che vanno mirate le campagne di sensibilizzazione sui rischi della pelle.
Facciamo sì che capiscano che le creme protettive non servono soltanto a chi va in vacanza al mare e che vivere o frequentare le bellezze naturali delle montagne, è una grande fortuna perché si è più vicini al cielo ma ciò significa anche che lo schermo protettivo dell’atmosfera è minore.
A nessuno dovrebbe essere precluso comprendere, infatti, che con l’aumentare della quota diminuisce lo strato di atmosfera al di sopra delle nostre teste, e quindi diminuisce anche l’effetto filtro che l’atmosfera stessa opera nei confronti della radiazione solare.
Un effetto che è stato negli ultimi 20 anni anche al centro del dibattito sulla preoccupante riduzione dello strato di ozono.
Senza dimenticare un altro rischio che si vive abitando ad alta quota: la radiazione solare può rappresentare un serio pericolo anche per gli occhi.
Nelle cronache degli alpinisti molte tragedie sono state causate proprio dalla cecità momentanea da abbagliamento, e molti altri hanno purtroppo perso la vista a causa della combinazione della radiazione diretta non filtrata dal velo atmosferico con quella riflessa dai ghiacci.

 

L’epitelio corneale, il cristallino e la retina sono particolarmente sensibili alla luce, e ugualmente si può dire per la delicata epidermide delle palpebre e della zona del contorno degli occhi, molto più sottile di quella di altre zone del corpo. 

 

Esistono creme protettive specifiche per queste zone delicate dell’epidermide, creme non trasparenti ma completamente opache, e sono usate anche dai velisti di alto mare.
La protezione possibile per gli occhi è invece soltanto una: occhiali di buona marca, garantiti per schermature di alta montagna (sono occhiali talmente scuri che ad esempio ne è vietato l’uso alla guida di automobili), con alette laterali di oscuramento dalla luce e di protezione dal vento, garantiti sempre da una cordicella o da un elastico.
Per concludere, il consiglio che mi permetto di dare a tutti quelli che come me amano la montagna d’estate è, in quota impariamo a salvarci gli occhi e la pelle, sia metaforicamente che in senso letterale!
Da “la Pelle” N. 7 Anno 11