Con l’aumento del benessere si assiste anche ad una maggiore attenzione all’estetica del corpo e della pelle in particolare, ma anche ad un aumento dell’incidenza della vitiligine.

Vitiligine: irreversibile ma non contagiosa, della temuta dermatosi non si sono scoperte le cause certe, ma una cosa è certa: è una malattia della modernità.

 

Una delle malattie della pelle più temute è la vitiligine. Con l’aumento del benessere si assiste anche ad una maggiore attenzione all’estetica del corpo e della pelle in particolare, ma anche ad un aumento dell’incidenza della vitiligine.

 

L’incidenza percentuale della vitiligine si rivela, infatti, assai superiore nei paesi industrializzati, mentre quella globale, calcolata su scala mondiale, sarebbe dell’1%.
In Italia, per esempio, le persone affette da vitiligine sarebbero 1.000.000.

 

La vitiligine è una dermatosi cronica che comporta una carenza o una totale mancanza di pigmento che si manifesta sotto forma di chiazze a margini netti, spesso iperpigmentati, che ne evidenziano il contrasto di colore con la cute normalmente pigmentata circostante. Queste chiazze, di solito disposte simmetricamente, possono comparire in qualsiasi parte del corpo e la loro insorgenza è indipendente dal sesso e dal colore della pelle e dei capelli dei soggetti colpiti.

 

Per quanto riguarda l’età, la vitiligine sembra manifestarsi con maggiore frequenza tra i 20 e i 40 anni; in pediatria, i casi di vitiligine sembrano essere notevolmente in aumento rispetto al passato.

 

La vitiligine è progressiva e non guarisce spontaneamente se non in rarissimi casi, ma nonostante questo è assolutamente indolore. Il fatto che interessi la pelle, fa ritenere a volte che sia una dermatosi contagiosa, ma in realtà non è così. Si tratta inoltre di una dermatosi benigna, nel senso che non pregiudica assolutamente lo stato generale di salute, se si eccettua il lato psicologico e sociale: da questo punto di vista può infatti definirsi invalidante essendo causa di inestetismi quasi sempre estesi e molto evidenti.

 

La luce è costituita da pacchetti di energia, i fotoni, che si muovono attraverso lo spazio sotto forma di onde elettromagnetiche (o radiazioni) la cui lunghezza d’onda determina la quantità di fotoni utilizzabile dall’organismo: il positivo effetto biologico di una radiazione dipende quindi esclusivamente dalla sua lunghezza d’onda.
Secondo una classificazione basata sulle lunghezze d’onda, la luce solare risulta composta da radiazioni ultraviolette (UV), radiazioni visibili (violetto, indaco, blu, verde, giallo, arancione, rosso) e infrarosso (IR).
All’ultravioletto (UV) si devono i massimi benefici della luce; i raggi ultravioletti vengono a loro volta distinti, in base alla loro frequenza d’onda misurata in nanometri (nm), in UVC (200-260 nm), UVB (261-310 nm) e UVA (311-400 nm).

 

L’azione iperpigmentante della luce solare è nota da sempre: è esponendosi all’intensa luce naturale dei mesi estivi o dei tropici che ci si abbronza.

 

La luce solare però non può agire sulla vitiligine perché solo gli UVB sono in grado di riattivare nei melanociti la produzione di melanina e, nella luce solare, gli UVB sono presenti solo in una minima percentuale (0,2% e, nelle zone industrializzate, perfino 0,02%), quantità che tuttavia può svolgere una positiva azione coadiuvante se l’esposizione alla luce solare avviene dopo un sufficiente numero di sedute.

Nessun interesse rivestono, relativamente alla vitiligine, l’IR e gli UVC.
Gli UVA, presenti nella luce solare in ragione del 4,8%, incrementando la melanina già presente provocano una rapida ma temporanea abbronzatura della cute normalmente pigmentata; non agendo sui melanociti non sono invece in grado di promuovere la sintesi di melanina nuova, fenomeno indispensabile per repigmentare le chiazze di vitiligine. Penetrando inoltre fino al secondo strato della cute, il derma, gli UVA provocano i noti danni cutanei da fotoinvecchiamento.

 

La vitiligine non lascia chi ne è colpito senza speranze di guarigione?

 

Una delle risposte alla vitiligine è la fototerapia. La fototerapia con raggi ultravioletti costituisce una delle principali forme di trattamento della vitiligine.
La terapia più comunemente usata si avvaleva dell’impiego di generatori UVA a diffusione generalizzata, irradianti cioè tutta la superficie cutanea esposta.

 

Questo tipo di fototerapia implicava conseguenze poco favorevoli: in primo luogo, la chiazza di vitiligine reagiva allo stimolo luminoso solo con un arrossamento spesso intenso ma di breve durata in quanto la radiazione UVA non è in grado di indurre ex novo la formazione di melanina; nello stesso tempo la cute normalmente pigmentata circostante si abbronzava durevolmente, non eliminando il gap cromatico tra le due zone, ma semplicemente modificandone le tonalità.

In secondo luogo, la maggior parte dell’energia fotonica veniva utilizzata dalla cute normopigmentata a tutto svantaggio delle zone acromiche che, essendo maggiormente riflettenti a causa della loro colorazione chiara, risultano assai meno ricettive delle zone più scure.

Gli UVA infine, penetrando fino al derma, ne aggrediscono le fibre provocando le alterazioni degenerative note come photoaging (invecchiamento cutaneo causato dalla luce). Tali fenomeni, inevitabili con questa fototerapia, si verificano peraltro anche nell’esposizione alla luce solare.

 

Allo scopo di utilizzare un’irradiazione quanto più possibile limitata, gli UVA furono in seguito associati a fotosensibilizzanti, sostanze che provocano un’iperreattività cutanea alle radiazioni luminose. Si realizzò così la cosiddetta PUVA-terapia, termine con il quale ci si riferisce a varie forme di trattamento condotte con lampade UVA e fotosensibilizzanti psoralenici.
Gli svantaggi della PUVA-terapia sono in parte gli stessi descritti a proposito dell’irradiazione UVA, svantaggi ai quali vanno inoltre aggiunti i fenomeni secondari e le controindicazioni degli psoraleni. Sempre in associazione a sostanze fotosensibilizzanti, nella cura della vitiligine vengono usati anche generatori UVB a diffusione generalizzata, metodo che però presenta gli stessi problemi della PUVA-terapia derivanti dall’esposizione total body.
Problemi che possono essere definitivamente risolti con nuove tecniche di microirradiazione UVB.

 

Molte e diverse tra di loro sono le ipotesi finora avanzate sulle cause della vitiligine: secondo alcuni ricercatori, la vitiligine sarebbe dovuta a determinate malattie in atto o pregresse; secondo altri, a una predisposizione genetica. Alcuni autori individuano la funzione di agenti scatenanti negli stati di stress o in traumi e microtraumi fisici prolungati; altri autori, nella presenza di stress o di traumi psichici.

 

Indubbiamente nell’eziopatogenesi della vitiligine concorre una pluralità di fattori; una specifica branca della medicina, la psiconeuroimmunologia, studia appunto le interazioni tra psiche, sistema nervoso, sistema immunitario e cute.
Anche la vitiligine potrebbe rientrare tra le malattie cutanee causate da un’alterazione del delicato equilibrio tra questi elementi considerati strettamente interdipendenti.

 

La vitiligine viene comunque ancora considerata una dermatosi da cause ignote; l’unico dato certo è che, esaminando al microscopio un frammento di cute prelevato dalla zona acromica, si riscontra l’assenza di melanociti e la totale mancanza di melanina, il pigmento a cui si deve il colore della pelle, dei capelli, della coroide e di alcune mucose.

 

La melanina viene elaborata dai melanociti, elementi cellulari disseminati nello strato più profondo dell’epidermide, lo strato basale. I melanociti sono fotorecettori, e cioè cellule che consentono, da parte dell’epidermide, l’assorbimento dell’energia luminosa necessaria per innescare i processi che promuovono la sintesi della melanina.

I melanociti svolgono quindi un ruolo determinante sia nella comparsa che nella guarigione della vitiligine.

 

Per cause finora praticamente ignote i melanociti possono infatti essere numericamente ridotti, sostituiti da altre cellule o resi incapaci di sintetizzare la melanina: in tal caso le cellule che dallo strato basale dell’epidermide risaliranno verso gli strati superiori dell’epidermide risulteranno prive di melanina e, una volta affiorate in superficie, daranno luogo alla comparsa di una chiazza acromica. Chiazza che potrà essere repigmentata mediante una capace di provocare la ricomparsa o la riattivazione dei melanociti.

 

 

 

Da italiasalute.it