A prima vista la risposta a questa domanda è semplice: sempre. In realtà è possibile individuare percorsi terapeutici appropriati per ogni situazione e, in casi particolari, procrastinare il trattamento. L’insufficienza venosa degli arti inferiori è una delle patologie più frequenti in Italia e una delle prime cause di richiesta di trattamento nel nostro Paese.

In questa malattia si possono individuare molti stadi clinici, da quelli con implicazioni prevalentemente estetiche (le teleangectasie o i cosiddetti “capillari”), alle vene varicose propriamente dette con frequente interessamento delle vene grande e piccola safena o agli stadi finali dell’insufficienza venosa, quando insorge un’ulcera che può durare anche molto tempo.

In ogni momento sono poi in agguato le complicazioni della malattia: le varicorragie (in altre parole il sanguinamento da una varice, anche se molto piccola), le flebiti superficiali o quelle profonde (ancora più gravi perché hanno un rischio maggiore di complicazioni emboliche).

L’insufficienza venosa colpisce il sesso femminile in misura quasi doppia rispetto a quello maschile. Questo significa che una larga parte della richiesta di trattamento di questa patologia è influenzata da una forte motivazioni estetica, aggiungendo un altro fattore determinante nella decisione di intraprendere un trattamento.
Come abbiamo visto il primo stadio dell’insufficienza venosa è rappresentato dalle teleangectasie
Il trattamento classico di questi inestetismi è quello effettuato con la scleroterapia, in altre parole con l’iniezione di piccolissime quantità di un liquido o una schiuma capaci di eliminarle.
Negli ultimi anni è stato pure proposto il trattamento laser, efficace soprattutto in un tipo particolare di teleangectasie (matting). Nella stragrande maggioranza dei casi la terapia di questo stadio è un atto prevalentemente estetico: la sintomatologia delle teleangectasie è in pratica inesistente e, il loro trattamento, non deve mai essere intrapreso nella speranza di ridurre dei disturbi.
L’unica eccezione può essere rappresentata da alcune teleangectasie negli stadi avanzati dell’insufficienza venosa cronica, talvolta a rischio di sanguinamento. Ecco come, in questi casi selezionati, una sclerosi assuma le caratteristiche di un vero e proprio gesto terapeutico nella prevenzione di un’emorragia.
Uno stadio successivo dell’insufficienza venosa è quello delle varici non safeniche. In questo caso il paziente nota sulle sue gambe la presenza di piccole vene dilatate e tortuose, visibili soprattutto quando si assume la posizione eretta.
Generalmente in questa situazione non è ancora riferita dal paziente una sintomatologia particolarmente significativa ma, in alcuni casi, i pazienti lamentano dei disturbi soggettivi come prurito o sensazioni di bruciore. A questo stadio è possibile eseguire un trattamento (generalmente con la scleroterapia o con un piccolo intervento ambulatoriale) se i disturbi sono significativi o se il paziente vuole migliorare l’estetica dell’arto.
Ritardare di qualche tempo il trattamento non comporta grossi problemi per queste piccole varicosità anche se, in presenza di queste, sarebbe sempre consigliabile eseguire un esame ecocolordoppler (si tratta di una speciale ecografia effettuata con strumenti capaci di visualizzare il flusso di sangue nei vasi). Uno studio ben condotto potrà individuare i casi nei quali si associa una patologia delle vene safene.
Lo stadio successivo è, infatti, quello delle varici safeniche. Queste sono varici di vasi più grandi (ogni arto ha una grande safena sulla sua faccia più interna e una piccola safena nella faccia posteriore della gamba)
In questo stadio il trattamento non è più solo estetico ma assume una connotazione terapeutica ben precisa. L’errore comune a molti pazienti è quello di ritardare il trattamento a causa dell’assenza di sintomi.
La varice safenica, infatti, può svilupparsi moltissimo senza che il paziente avverta il minimo disturbo. Questo avviene perché l’organismo è in grado di compensare, per un certo periodo di tempo, la perturbazione emodinamica creata dalla varice. Purtroppo nella stragrande maggioranza dei casi, prima o poi, questo compenso viene a mancare e si avranno sintomi o complicazioni. Moltissime malattie non creano sintomatologia (basta pensare all’ipertensione o alle neoplasie negli stadi iniziali) ma non per questo non sono trattate se vengono diagnosticate in tempo.
Magari è possibile oggi modulare il trattamento che una volta consisteva nella sola rimozione (stripping) della safena. In certi casi è oggi possibile effettuare un trattamento con la schiuma sclerosante: questa permette di eliminare in ambulatorio, senza necessità di anestesia o di ricovero, la maggior parte delle safene insufficienti.
Oggi è possibile “salvare” dallo stripping il 70% delle safene patologiche con risultati a distanza molto simili all’intervento chirurgico, specie se si riesce ad intervenire negli stadi iniziali. La terapia consiste nell’iniezione nella vena malata di una schiuma che, spostando il sangue, permette al farmaco di agire indisturbato sulla parete venosa. Questa schiuma si dissolve poi in pochi attimi (come ogni altra schiuma) perdendo la sua attività. Subito dopo l’iniezione (eseguita sotto il controllo di un ecocolordoppler) viene posizionata una calza elastica, che verrà fatta indossare per alcune settimane, e il paziente è pronto per una passeggiata.
Data la semplicità di questo trattamento non è più concepibile ai giorni nostri ritardare la cura di una varice safenica, unica strada per ridurre il rischio di complicazioni.
Lo stadio successivo è, infatti, quello dove sono presenti le alterazioni cutanee. Queste sono rappresentate dalle pigmentazioni brunastre visibili talvolta intorno alla caviglia o dallo sviluppo di eczemi o di ulcere.
 
A questo stadio il trattamento è obbligatorio perché è stato dimostrato che la qualità della vita viene grandemente peggiorata dalla presenza dell’ulcera venosa. Uno dei cardini terapeutici in questa fase è l’elastocompressione. Questa viene effettuata inizialmente con bendaggi eseguiti da personale esperto. In seguito questi vengono sostituiti dalle calze elastiche, le cui misure è bene siano sempre prese dal medico.
La riuscita della terapia elastocompressiva è, infatti, in funzione della correttezza della prescrizione. Un’altra complicazione delle varici è la trombosi venosa. Si tratta dell’occlusione di una vena che, nel caso di una safena o di un altro vaso superficiale si definisce flebite superficiale, mentre se il vaso interessato è situato più in profondità, si chiama flebite profonda.
La trombosi venosa è sicuramente la complicazione più grave dell’insufficienza venosa perché il trombo può staccarsi dalla sede della flebite e migrare nel cuore dove può dare origine all’embolia polmonare.
In conclusione possiamo quindi affermare che oggi è possibile offrire al paziente con insufficienza venosa una larga scelta di trattamenti. Sia che si tratti di una richiesta di migliorare l’estetica dell’arto, che di una vera e propria necessità terapeutica, il flebologo è in grado di aiutare il paziente a raggiungere gli obiettivi che in genere vanno di pari passo nel malato flebologico: il miglioramento dell’estetica e la cura della malattia.
 “Questo articolo è stato liberamente tratto dalla rivista ““L’AMBULATORIO medico” N. 14 – anno V. Per eventuali segnalazioni o reclami, si prega di contattare il titolare del presente sito web all’indirizzo email gdtif@gditalia.biz