dnabig

Organismo “geneticamente modificato”, anzi, “transgenico”. Solo a sentirne parlare, sale una sottile inquietudine. Eppure, c’è chi ha avuto il coraggio di affermare che “le piante geneticamente modificate e i prodotti sviluppati e commercializzati fino a oggi, secondo le usuali procedure di valutazione del rischio, non hanno presentato alcun rischio per la salute umana e per l’ambiente.

Anzi, l’uso di una tecnologia più precisa e le più accurate valutazioni in fase di regolamentazione rendono probabilmente questa pianta e questi prodotti ancora più sicuri di quelli convenzionali”. A esprimersi così è stato il Commissario Europeo della Ricerca (1999–2004), Philippe Busquin, al termine di uno studio UE durato quindici anni (1985-2000), che ha coinvolto 400 centri di ricerca pubblici, con un investimento totale di 70 milioni di euro.

La responsabilità della comunicazione 

C’è di che rimanere sconcertati, ma non più di tanto…
“Il modo in cui i media hanno sin dall’inizio affrontato il tema OGM, ha contribuito a creare nell’opinione pubblica una fortissima deriva ideologica, fondata sugli effetti di una facile suggestione anziché su una corretta in formazione”, esordisce il professor Fabio Terragni, fondatore e presidente, fin dal 1988, del Gruppo di Attenzione sulle Biotecnologie, e successivamente membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
“Nel ‘Rapporto sulle agrobiotecnologie nei media italiani’, curato dall’Osservatorio di Pavia e che ho contribuito a stilare”, continua Terragni, “si evidenzia come l’informazione, di stampa e televisione, raramente abbia costituito il terreno per discutere serenamente le effettive possibilità offerte dalle agrobiotecnologie, ma sia stata improntata più allo scontro polemico tra ‘contrari’ e ‘possibilisti’, di spettacolare impatto ma povero nei contenuti. Al di là dello squilibrio, che ha visto e vede la prevalenza sui media dei ‘contrari’, ciò che a volte colpisce è il profilo dei partecipanti al dibattito: soprattutto nei programmi televisivi, il giornalista stesso partecipa attivamente alla disputa; la comunità scientifica competente nel settore compare solo saltuariamente e ancora meno spazio viene dato a esperti di economia e politica agraria, mentre più spesso sono invitati a discutere di alimenti OGM persone con altre competenze, che esprimono il loro pensiero al di là dell’effettivo grado di conoscenza dell’argomento”.
Televisione e stampa, a proposito degli OGM, creano spesso una facile suggestione, piuttosto che dare una corretta informazione 

 

Attenersi ai fatti

 

Dovrebbero essere due gli aspetti fondamentali sui quali imperniare la presentazione e la discussione sull’accettabilità degli OGM: quello scientifico e quello economico.
Il primo riguarda la sicurezza per l’ambiente e per la salute umana e animale; il secondo l’opportunità di adottare gli OGM nel sistema agricolo del nostro Paese o in quello degli altri Paesi del mondo (soprattutto per quelli che ancora devono risolvere i problemi base della nutrizione).
E’ seguendo queste semplici direttrici che si può tentare di costruire un quadro di riferimento realistico e basato sui fatti.
 
OGM, questi sconosciuti 

 

La maggior parte degli italiani va ancora in crisi di fronte alla domanda più banale: ”Che cosa sono gli OGM?”
Secondo la legislazione comunitaria, un organismo si definisce “Geneticamente Modificato”, quando il materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto da quanto avviene in natura mediante l’accoppiamento e/o con la ricombinazione genetica naturale, a esclusione degli organismi ottenuti attraverso le tecniche di modificazione genetica, quali la mutazione e la fusione cellulare di cellule vegetali di organismi che possono scambiare materiale genetico anche in modi di riproduzione tradizionali”. In pratica, per modificare geneticamente un organismo (animale o vegetale) e conferirgli una particolare proprietà, basta modificare il suo DNA (la sostanza presente in tutti gli organismi viventi e che determina lo sviluppo naturale di ogni specie), inserendo “pezzetti” di DNA, provenienti da altri organismi, anche di specie diversa, che possiedono per natura la proprietà desiderata.
Gli OGM sono sicuri?

 

I dubbi più comuni riguardano la possibilità che gli alimenti transgenici causino allergie, oppure che trasferiscano a batteri pericolosi per l’uomo l’eventuale resistenza agli antibiotici.
Ma anche sul piano della salute ambientale ci sono alcune preoccupazioni. Per esempio, si teme che le piante coltivate capaci di incrociarsi con altre selvatiche possano trasmettere a queste ultime la resistenza agli erbicidi, con risultati imprevedibili per l’ambiente.
Un altro problema sarebbe quello dell’eliminazione della “biodiversità”: si rischierebbe la progressiva riduzione delle razze animali e delle varietà vegetali, a favore di poche razze e varietà transgeniche, preferite da allevatori e coltivatori per la loro maggior resa.
Il pericolo non si limiterebbe all’impoverimento e all’appiattimento dei gusti, ma sarebbero le stesse risorse alimentari a correre gravi rischi: l’esistenza di molte varietà di una certa pianta, ciascuna con caratteristiche diverse di resistenza a virus e parassiti, è, infatti, una garanzia di sopravvivenza della specie.
A rispondere è uno dei massimi esperti del settore a livello mondiale, il professor Francesco Sala, docente di Biotecnologie vegetali presso l’Università di Milano: “Molte volte, nei dibattiti pubblici, mi sono sentito chiedere se, come scienziato, posso dare la sicurezza che le piante GM siano assolutamente esenti da rischi, sia presenti sia futuri, e, in mancanza di questa certezza, se non sia meglio il non-fare.
La mia risposta è sempre stata articolata su due punti fondamentali: il primo è che la scienza non dà mai sicurezze assolute. Con i suoi metodi di indagine, sempre più sofisticati, può dare altissime garanzie, ma mai la sicurezza assoluta. Il secondo concerne il fatto che, in tutte le attività umane, la sicurezza è sempre un concetto relativo: in ogni situazione, è correlata con il livello di tolleranza del rischio che si accetta, in confronto con i benefici che derivano dall’attività stessa. Il ‘rischio zero’ non esiste in alcuna attività umana.
Di fronte alle innovazioni tecnologiche, come in ogni azione quotidiana, noi eseguiamo, anche inconsciamente, un’analisi dei rischi e dei benefici, e agiamo di conseguenza. Quest’analisi, però, è soggettiva: consideriamo rischi ac-cettabili quelli legati alla motorizzazione anche se ogni anno, solo in Italia, questa uccide 9000 persone, ne rende disabili altre 200.000, inquina le città, danneggia l’ambiente e il patrimonio artistico. Li accettiamo perché, comunque, pensiamo che i benefici dell’usare l’auto siano superiori ai rischi. Ma, allo stesso tempo, la maggioranza degli italiani si dichiara contraria ai cibi GM anche se questi, dopo anni d’uso in molti Paesi, non hanno mai scatenato nemmeno un raffreddore.
La ricerca ha dimostrato che non vi è stato un solo caso riconosciuto di tossicità per l’uomo, di induzione di allergenicità, di danni ambientali, di flusso genico, di attentato alla biodiversità.
Tutte le accuse mosse alle piante GM fanno parte del ‘potrebbe’, del ‘non è da escludere che’, non dello ‘scientificamente dimostrato’.
D’altra parte, l’agricoltura tradizionale non è certo esente da pericoli. Si pensi solo agli effetti dei composti chimici usati in campo come fitofarmaci (fertilizzanti, diserbanti, insetticidi, fungicidi), di sostanze tossiche e allergeni naturalmente presenti nei vegetali, di altre che danno allergia, di tossine prodotte dai funghi parassiti (aflatossine, fumosine, ocratossine). Rischi per l’ambiente derivano, poi, frequentemente, dalla diffusione di pollini, dalla colonizzazione di ecosistemi, dall’impoverimento dei suoli e dall’eutrofizzazione delle acque dei fiumi e dei mari…”
Un lungo iter

 

A proposito di controlli e test, un’idea piuttosto diffusa è che si tenda a operare con leggerezza e superficialità, quando si tratta di sperimentare OGM. In realtà, la semplice lettura della normativa in vigore impressiona favorevolmente per il suo rigore. Per gli OGM, l’Europa ha emanato apposite norme: una Direttiva orizzontale che copre tutta la tematica OGM, dalla sperimentazione alla commercializzazione, e Regolamenti verticali che interessano, invece, specifiche aree, quali la sicurezza degli alimenti e la tracciabilità.
Un OGM, prima di ricevere l’autorizzazione alla coltivazione e alla commercializzazione, deve superare un elevatissimo numero di test di sicurezza. Le caratteristiche del prodotto e i risultati dei test devono essere raccolti in un dossier e resi disponibili per la consultazione.
Se l’EFSA, l’ente europeo per la sicurezza alimentare, ritiene che in base ai risultati di tutte le analisi la pianta GM o il suo prodotto siano sostanzialmente equiva-lenti a quelli convenzionali e i saggi per la tossicità e allergenicità danno esito negativo, la varietà o il prodotto sono giudicati positivamente per il consumo.
Tutto questo iter richiede tempi lunghissimi di sperimentazione e valutazione, dell’ordine di parecchi anni.
Inoltre, esiste l’obbligo di monitorare gli OGM anche dopo l’approvazione e la messa in commercio e di garantirne la piena tracciabilità.
TRANSGENICO 
I NUMERI

 

– Nel mondo sono state concesse 142 autorizzazioni alla coltivazione di GM.
– Nel 2002 sono stati coltivati OGM per un totale di 58,7 milioni di ettari, una superficie che nel 2003 si calcola sia aumentata a 67,7 milioni di ettari, con un tasso in crescita delle culture del 10%.
– Le superfici destinate a OGM nel 2003 sono state coltivate da 7 milioni di agricoltori in 18 Paesi, contro i 6 milioni di agricoltori in 16 Paesi nel 2002.
– In otto anni, dal 1996 al 2003, la superficie globale coltivata con culture GM è aumentata di 40 volte, con un incremento maggiore registrato soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.
– I Paesi maggiori coltivatori di prodotti GM sono nell’ordine: gli Stati Uniti, l’Argentina, il Canada, il Brasile, la Cina, il Sudafrica.
– Attualmente nella UE sono legalmente commerciabili i prodotti derivati da 16 OGM: una soia GM e un mais GM, alimenti lavorati derivati, tra l’altro da 7 varietà di colza GM, 4 varietà di mais e olio derivante da 2 varietà di semi di cotone GM. Otto richieste di autorizzazione relative ad alimenti si trovano attualmente in diversi fasi della procedura di autorizzazione; tra questi, alcuni prodotti derivati dal mais, dalla barbabietola da zucchero e dalla soia GM.
– Nella UE non esiste in commercio alcun prodotto ortofrutticolo fresco GM.
Gli OGM offrono dei vantaggi?

 

Inquadrato il problema della sicurezza, viene da chiedersi, però, se gli OGM offrano effettivi vantaggi.
“Innanzitutto, parlare di OGM in generale ha poco senso”, sostiene Terragni, “Le biotecnologie sono un mezzo che consente di ottenere prodotti diversi, la cui effettiva utilità va valutata caso per caso”.
“La ricerca nel settore è in continuo sviluppo e segue diverse direzioni’, precisa Monica Galimberti di Monsanto Agricoltura Italia, gigante mondiale nel settore dell’agricoltura e delle agrobiotecnologie, “con lo scopo, logico, di offrire risultati utili alla soluzione di problemi specifici. Qualche esempio: in campo alimentare, il mais e la soia resistenti a insetti e virus sono una realtà consolidata, che ha portato a indubbi vantaggi in molti Paesi, anche di tipo ambientale, per il minor utilizzo di fitofarmaci e di mezzi agricoli (trattori, combustibili, macchine).
E’ molto attiva la ricerca di piante che resistano agli stress ambientali, all’eccessiva salinità, alla siccità.
Oggi, tuttavia, si punta parecchio sul miglioramento qualitativo delle produzioni, anche sotto il profilo nutrizionale: Monsanto sta lavorando sulla soia, per migliorarne la composizione dei grassi e sul mais destinato all’alimentazione animale arricchito con Omega-3.
In campo farmaceutico, poi, gli OGM sono fondamentali e accettati da anni: la maggior parte dell’insulina che utilizza quotidianamente chi è affetto da diabete è di origine biotech, e si sta valutando di utilizzare alimenti transgenici per veicolare vaccini in grandi masse di popolazione”.
 La ricerca ha dimostrato che non c’è mai stato un caso riconosciuto di tossicità

 

Il problema dei costi

 

La ricerca, però, comporta dei costi e il rischio ventilato da molti è che i Paesi poveri, non potendoseli permettere, finiscano per accentuare la loro dipendenza dalle multinazionali.
“La ricerca non è esclusivo dominio delle multinazionali”, interviene Patrick Trancu, del Centro Documentazione sulle Agrobiotecnologie. “Molti Paesi in via di sviluppo investono attivamente sulla ricerca pubblica”.
Inoltre, alcuni enti internazionali senza fini di lucro (per esempio la FAO) hanno sviluppato tecnologie OGM a basso costo per questi Paesi.
Comunque, la possibilità che l’istituto del brevetto porti all’esclusione dei Paesi in via di sviluppo dall’uso di queste tecnologie esiste e va affrontata, ed è importante ricordare, a questo proposito, che lo stesso WTO ha stabilito che, in caso di necessità, è possibile far decadere la validità di un brevetto senza incorrere in alcuna sanzione.
“Del resto, non credo che gli OGM possano risolvere i grandi problemi del mondo”, precisa Terragni. “E evidente che lo squilibrio Nord Sud richiede prima di tutto soluzioni di tipo politico e macro economico che implichino, da parte di tutti i Paesi, scelte di fondo in ordine allo sfruttamento delle risorse del pianeta e alla ridistribuzione della ricchezza. In questo quadro, le biotecnologie non sono che uno dei tanti strumenti a disposizione, da utilizzare solo in quelle condizioni in cui, allo stato attuale, producono reali benefici’.
“Al di là di qualsiasi considerazione in ordine alla loro sicurezza”, afferma Roberto Burdese, vicepresidente di Slow Food, le biotecnologie sono criticabili proprio per il modello di sviluppo che sottende la loro applicazione. Che senso ha promuovere una ricerca mirata soprattutto all’aumento della produttività, su un pianeta che produce già il doppio degli alimenti necessari per sfamare la sua intera popolazione?…”
L’OGM IN ETICHETTA

 

Dal 18 aprile 2004 sono entrate in vigore in tutta la UE le nuove norme (1829-2003 e 1830-2003) sugli alimenti e i mangimi OGM e sulla loro etichettatura e tracciabilità. In pratica, tutti i prodotti contenenti un OGM autorizzato dovranno essere contrassegnati con un’etichetta che riporti l’indicazione: “questo prodotto contiene organismi geneticamente modificati” oppure “è prodotto con (nome dell’organismo) geneticamente modificato”.
L’obbligo di indicare in etichetta la presenza di OGM scatta anche quando questa presenza di OGM scatta anche quando questa presenza è accidentale, se supera la soglia dello 0,9% del peso del prodotto.
La situazione in Italia

 

Proprio in questo quadro, l’ultima domanda sorge spontanea: che bisogno c’è, in Italia, di alimenti OGM?
La strategia del Governo è chiara: a differenza della Spagna, che pure vanta sensibilità e cultura alimentari vicine alla nostra, l’Italia ha adottato un atteggiamento di sostanziale chiusura rispetto allo sviluppo delle agrobiotecnologie; la sperimentazione in campo degli OGM, infatti, non è permessa e questo blocca di fatto la ricerca. Perché?
E’ Terragni a fornire una prima risposta: “L’immagine fortemente negativa che si è consolidata nell’opinione pubblica a proposito degli OGM fa risaltare sul mercato proprio quei caratteri di tipicità e di tradizione che da sempre costituiscono il valore aggiunto della produzione alimentare italiana di qualità”.
Al di là di ogni considerazione scientifica, non c’è dubbio che l’idea di tipicità e il concetto stesso di agrobiotecnologia, nel nostro Paese, siano vissuti come espressioni di due culture contrapposte e inavvicinabili, anche se c’è chi è convinto che proprio dalla loro convergenza dipenda la sopravvivenza del nostro patrimonio gastronomico.
“Il futuro del tipico, a mio avviso, è proprio nel biotecnologico”, afferma quasi provocatoriamente Sala. “Un esempio per tutti: il pomodoro San Marzano, oggi in via di estinzione a causa della facilità con cui è attaccato da alcuni virus. Ebbene, il pomodoro resistente ai virus esiste già nei laboratori della Metapontum Agrobios, una piccola azienda di biotecnologie della Basilicata, ma non può essere utilizzato”.
Di parere assolutamente opposto è Burdese: “Io credo che il proporre le agrobiotecnologie in difesa dei nostri prodotti tipici, sia uno dei tanti tentativi di far sembrare buono a tutti i costi il geneticamente modificato. La nostra posizione è diversa: la biodiversità si può salvare, senza bisogno di ricorrere a queste tecnologie, semplicemente tornando a un’agricoltura più naturale e abbandonando le monocolture. In passato sono stati commessi errori madornali, è vero, ma tornare indietro è possibile; ci sono ricerche che dimostrano come la bonifica dei terreni richieda tempi sostenibili: in due anni, un campo contaminato da sostanze chimiche al punto da essere improduttivo, può essere riportato allo stato di fertilità. Su un terreno buono, crescono piante sane”.
A questo punto, l’impressione è che la questione OGM abbia trovato una sua dimensione sul piano della concretezza scientifica, molto si deve giocare, invece, sul terreno ben più insidioso della politica.
“Questo articolo è stato liberamente tratto dalla rivista “VIAGGI E SAPORI”. Per eventuali segnalazioni o reclami, si prega di contattare il titolare del presente sito web all’indirizzo email gdtif@gditalia.biz