menopa

La menopausa rappresenta una tappa cruciale nella vita di una donna caratterizzata dall’essere fase di passaggio, luogo di transizione da una condizione di stabilità verso un nuovo equilibrio, e quindi verso un differente rapporto con se stessa e con il mondo. Nei confronti della menopausa c’è da registrare un duplice mutamento di atteggiamento mentale: uno riguarda le donne che iniziano a non guardare più al “fenomeno” menopausa come a qualcosa di irreversibile che sancisce la fine della vita fertile e quindi della femminilità piena preparandola alla vecchiaia; l’altro riguarda i medici i quali hanno cominciato a guardare alla menopausa come una fase fisiologica della vita della donna che merita dunque di essere più attentamente studiata e valutata.

 

D’altro canto, se si considera che la vita media in questi anni si è notevolmente allungata giungendo a 78-79 anni per l’uomo e a 81-82 anni per la donna ne consegue che una donna che entra in menopausa ha, teoricamente e mediamente, circa 30 anni di vita ancora davanti a se: l’importanza, quindi, di “prepararsi” a viverla bene appare evidente.
Con il termine “menopausa” si intende l’ultima mestruazione registrata (e quindi definibile soltanto a posteriori).
Con il termine “premenopausa” ci si riferisce, invece, a quel periodo caratterizzato da disordini metabolici ed endocrinologi che precede la menopausa e che si verifica in media tra i 40 e i 50 anni.
Con il termine “perimenopausa” si indica invece quel periodo che precede e segue di cinque anni la menopausa, caratterizzato da mutamenti endocrini, biologici, fisici, sociali.
Con il termine “postmenopausa” si indica tutto il periodo che segue la cessazione definitiva delle mestruazioni, per cui più che di menopausa bisognerebbe sempre parlare di postmenopausa.
L’età media attuale della menopausa oscilla intorno ai 50-52 anni (media statistica 51,4 anni), ma un certo numero di donne (circa l’1% dell’intera popolazione femminile) può andare incontro ad una “menopausa precoce” se questa interviene fra i 30 e i 45 anni.
Essa non va confusa con la menopausa chirurgica che può intervenire presto esclusivamente come conseguenza dell’asportazione chirurgica di entrambe le ovaie.
Alcuni fattori sembrano influenzare l’epoca di comparsa della menopausa: ad esempio il fumo, le basse condizioni socioeconomiche sembrano anticiparla, mentre l’obesità sembra ritardarla; altri fattori, invece, cui in passato veniva data molta importanza come l’età della prima mestruazione, il numero dei figli o l’età dell’ultimo parto non sembrano avere alcuna influenza, mentre sicuramente importante è la familiarità.

UN PO’ DI FISIOLOGIA

La caratteristica fondamentale del fenomeno menopausale è costituita dall’esaurimento funzionale dell’attività ovarica.

Poiché le gonadotropine ipofisarie (ormone follicolostimolante o FSH e ormone luteinizzante o LH) che sono preposte a stimolare l’attività ovarica sono correlate a quest’ultima attraverso un sistema di retroregolazione positivo e negativo al fine di garantire una sorta di equilibrio ormonale, con la menopausa accade che tale sistema venga messo in crisi.
Infatti il progressivo esaurimento funzionale dell’attività ovarica determina una minor produzione ormonale il che induce un altrettanto progressivo aumento della produzione di gonadotropine.
Tutto ciò finisce col provocare irregolarità dei cicli con modificazione del ritmo, quantità e durata.
Quando la produzione ormonale ovarica scende al di sotto di ceri livelli, si ha la cessazione definitiva dei flussi mestruali.

 

CLINICA DELLA MENOPAUSA

 

Le manifestazioni cliniche tipiche della postmenopausa possiamo schematizzarle in tre gruppi:
a) manifestazioni neurovegetative 
Fra queste meritano di essere in primo luogo ricordate le “vampate di calore” che sono presenti in oltre il 70% dei casi; esse sono all’inizio più frequenti di notte e sono in genere, stimolate dal caldo e dallo stress. Nel 75% dei casi circa esse persistono per circa un anno ma nel 15% dei casi anche per oltre cinque anni.
Altre manifestazioni neurovegetative sono rappresentate da sudorazione (65% dei casi), formicolii specie alle mani (57%), palpitazioni (55 %), cefalea (43%), vertigini (38%), precordialgie (22%).
b) sintomi psicologici 
La manifestazione più frequente è rappresentata da ansia e irritabilità (64% dei casi) seguita da insonnia (44%) e, soprattutto, da depressione (44%); occorre però aggiungere che tali sintomi sono molto condizionati da fattori sociali, culturali, individuali e neurobiologici.
Altre manifestazioni sono date da psicolabilità, perdita di concentrazione, facile affaticabilità, modificazione della libido.
c) fenomeni di natura distrofica e/o degenerativa 
Bisogna ricordare che un po’ tutto il distretto cutaneo risente delle modificazioni endocrine e biochimiche della menopausa.
Vi è assottigliamento dell’epidermide, riduzione dell’attività delle ghiandole sebacee e sudorifere con conseguente secchezza della cute e maggiore vulnerabilità ai traumatismi.
Per quanto riguarda le mucose vanno ricordate una fastidiosa sensazione di bocca asciutta e una progressiva modificazione del timbro della voce.
A livello dell’apparato genitale ci sono le modificazioni più evidenti che riguardano cute e mucose. Meritano di essere ricordate, in modo particolare, quelle a carico della vulva che può andare incontro ad alterazioni atrofico-distrofiche (lichen sclerosus) che si accompagnano a fastidiose sensazioni di prurito e che è opportuno trattare preventivamente, anche perché una condizione di cronicità potrebbe portare a situazioni preneoplastiche.

 

Rischi a lungo termine

 

Le problematiche relative a due importanti conseguenze della menopausa, l’osteoporosi e la malattia arteriosclerotica, verranno trattate separatamente.
Un altro rischio a lungo termine e che riveste molta importanza sul piano preventivo sono le neoplasie dell’endometrio e della mammella.
Tali conseguenze sono legate all’eccesso relativo degli estrogeni; durante la menopausa, infatti, aumenta la conversione periferica di androgeni in estrogeni: ciò avviene soprattutto a livello del tessuto adiposo.
L’estrogeno che circola in più alte concentrazioni è l’estrone solfato che, entrato nelle cellule, viene convertito in estradiolo e, come tale, permane in attività più a lungo che di norma. Ciò spiega anche perché donne obese hanno una percentuale di rischio maggiore di sviluppare neoplasie endometriali e mammarie.
Bisogna, però, precisare che nel determinismo del carcinoma mammario entrano in gioco altri fattori quali la familiarità in primo luogo ed altri come il fumo e la dieta particolarmente ricca di grassi. Ne consegue che, dal punto di vista preventivo, occorre prestare molta attenzione a qualsiasi emorragia in periodo postmenopausale, sottoponendo la paziente in questione ad esame citologico dell’endometrio (che è la mucosa che riveste internamente la cavità uterina), giungendo a praticare un esame diagnostico isteroscopico con biopsia nei casi selezionati.
Per quanto riguarda la mammella, si ricorda l’importanza dell’autopalpazione che ogni donna può periodicamente praticare senza remore o paure ingiustificate, l’esame clinico annuale praticato da medico esperto, la mammografia da eseguire ogni anno (dopo i 50 anni), eventualmente completandola con l’ecografia in casi selezionati.

 

Qualche considerazione terapeutica

 

Occorre subito affermare che non è obbligatorio trattare farmacologicamente tutte le donne che entrano in menopausa; anche in questo caso infatti, molta letteratura divulgativa ha indotto a pensare che la menopausa rappresenti una condizione da curare sempre, quasi si trattasse di una malattia.
Una donna che entra in menopausa, all’età giusta, senza il minimo problema né fisico né psichico, ha il diritto di essere lasciata tranquilla invitandola soltanto a sottoporsi periodicamente ai controlli preventivi necessari.
È ovvio che, alla comparsa di un qualche disturbo, si può intervenire scegliendo la strategia terapeutica più adeguata.
Un cenno sul problema della terapia ormonale sostitutiva che risulta essere il presidio curativo più corretto ed efficace. Questo discorso è stato ed è notevolmente inficiato dalle “mode” che anche in Medicina non mancano di farsi sentire.
La considerazione di base sta nello sfatare il pericolo connesso alle terapie con “ormoni”: oggi si è in grado di gestire tali terapie con assoluta tranquillità e padronanza, azzerando o riducendo fortemente i rischi per la paziente che le segue.
Certamente, potendo scegliere, ci si orienterà preferibilmente su quei principi attivi che sono meglio tollerati e più “fisiologici”. Sono in commercio preparazioni che consentono di somministrare ormoni simili a quelli naturali attraverso la cute (sotto forma di cerotti) o tramite la mucosa vaginale (sotto forma di creme), riducendo quindi i problemi di accumulo a livello epatico. Tuttavia non bisogna dimenticare che, in alcuni casi, è ancora giustificato ricorrere a prodotti da somministrare per via orale o per via intramuscolare senza che questo significhi esporre chi li assume a rischi per la salute.
In conclusione, ciò che è importante sottolineare è la necessità per lo specialista di agire sempre con attenzione, esperienza e buon senso e per la donna l’opportunità di sottoporsi con costanza ai controlli preventivi, anche quando le condizioni generali, apparentemente, non lo giustificherebbero.

 

L’OSTEOPOROSI 

 

fattori di rischio e possibilità terapeutiche

 

È malattia caratterizzata dalla diminuzione della massa ossea e dal deterioramento della microarchitettura dell’osso, con conseguente aumento della fragilità e del rischio di fratture.
Similmente all’arteriosclerosi, rientra nel gruppo delle malattie da “civilizzazione” e quindi risulta di grande impatto socio-economico.
Si distinguono diversi tipi di osteoporosi (primitive e secondarie), ma le forme più importanti per frequenza, implicazioni cliniche, prognostiche e terapeutiche sono l’osteoporosi senile e quella postmenopausale.
La patogenesi dell’osteoporosi postmenopausale, interessante una larga fascia di popolazione femminile, riconosce nella caduta degli estrogeni al momento della menopausa la causa scatenante i meccanismi della perdita ossea.
La patogenesi dell’osteoporosi senile riconosce invece nell’invecchiamento la condizione che prosegue, come evoluzione naturale, la perdita di massa scheletrica che aveva caratterizzato il periodo postmenopausale.
L’osteoporosi senile viene anche indicata come osteoporosi di tipo II per differenziarla dall’osteoporosi postmenopausale (tipo I). Nella realtà questa distinzione è puramente fittizia in quanto tra il tipo I ed il II non esiste una linea netta di demarcazione, ma piuttosto una compenetrazione delle varie caratteristiche.
Le conseguenze dell’osteoporosi sono fortemente invalidanti e, spesso, causa di mortalità.
I distretti scheletrici più frequentemente interessati da fratture osteoporotiche sono i polsi, le vertebre ed il femore (collo femorale e regione trocanterica). Frequentemente si rendono necessari interventi chirurgici di osteosintesi o di sostituzione con protesi per ovviare a prolungati periodi di immobilizzazione a letto.

 

Fattori di rischio

 

Se le conseguenze di questa patologia sono drammatiche è pur vero che la situazione globale del singolo paziente può essere discretamente controllata in termini di prevenzione e trattamento. L’identificazione e la quantificazione di fattori che concorrono alla determinazione dell’osteoporosi costituiscono un sufficiente supporto per prevenire la malattia o quantomeno predirne la naturale evoluzione.
I fattori di rischio possono essere identificati nei seguenti punti:
1) assenza di un regolare programma di esercizio fisico. L’attività fisica riduce e comunque ritarda i processi osteopenizzanti.
L’esercizio fisico costituisce la base biologica di stimolo alle cellule impegnate nel rimodellamento osseo.
2) Dieta. Il fattore dietetico è fondamentale per il raggiungimento del picco di massa ossea. Occorre assumere una dieta ricca di calcio (latte e derivati), mentre sono da evitare diete usuali del tipo fast food, soprattutto nell’età pre-postpuberale.
3) Menopausa e menopausa precoce. La menopausa fisiologica, tra 45 e 55 anni, è causa della successiva perdita di osso. Per questo motivo va quindi organizzato strategicamente un trattamento atto a bloccare la perdita di massa scheletrica. Tale trattamento sarà obbligatorio ed inderogabile quando si abbia una menopausa precoce o provocata. Particolare attenzione andrà poi rivolta alle donne con periodi di amenorrea.
4) Razza bianca. Geneticamente la razza bianca è più incline della nera alla diminuzione di massa scheletrica: nella razza nera la perdita è comunque estremamente contenuta anche in età avanzata.
5) Familiarità. Il rischio di malattia è più elevato se in famiglia altri componenti ne sono affetti.
6) Fumo. I segni di osteoporosi compaiono molto più precocemente nei soggetti fumatori rispetto ai non fumatori. II ridotto peso corporeo, caratteristica di molti fumatori, costituisce un ulteriore fattore di rischio.
7) Abuso di alcool. L’osteoporosi è una malattia comune negli alcoolisti. La possibilità di perdita ossea interviene già per quantità giornaliere superiori a 0,4 litri di vino a contenuto alcoolico medio di 11 %.
8) Habitus. I soggetti in lieve sovrappeso sono protetti dal rischio osteoporotico.
9) Farmaci. La somministrazione di cortisonici e l’assunzione di antiacidi, alterando l’assorbimento del calcio o interferendo sul metabolismo osseo, costituiscono un rilevante fattore di rischio.
10) Patologie concomitanti. Bronchite cronica, esiti chirurgici gastrici, diabete mellito, artrite reumatoide, ipertiroidismo.

 

Possibilità terapeutiche 

 

Anche se si hanno sempre maggiori conoscenze sull’importanza dell’osteoporosi, molte donne non conoscono ancora questa affezione, non valutano l’entità della sua influenza sulla loro vita e, cosa più importante, non sanno che essa può essere prevenuta.
L’approccio terapeutico all’osteoporosi è attualmente multidisciplinare: fisiochinesiterapico, ortopedico e medico-farmacologico.
La terapia fisica ha spesso rappresentato una forma di trattamento elettivo in alcune patologie ossee. Da tempo è sentita l’esigenza della possibilità di una sua applicazione nell’osteoporosi a complemento del farmaco. In tale ambito la terapia fisica si colloca come un tentativo di ridurre la somministrazione farmacologica ampliando e prolungando l’effetto del farmaco stesso.
Le terapie più frequentemente impiegate, senza scendere nei dettagli comprendono:
  • Elettroterapia (ionoforesi, correnti diadinamiche, interferenziali e TENS)
  • Marconiterapia
  • Laserterapia
  • Magnetoterapia
  • Chinesiterapia
  • Fangoterapia, Radarterapia ed ultrasuonoterapia non trovano impiego pratico nel trattamento dell’osteoporosi.
La terapia ortopedica propriamente detta riguarda le fasi evolutive, drammatiche della malattia e comprende trattamenti immobilizzanti (apparecchi gessati, busti ortopedici) e trattamenti chirurgici mobilizzanti (interventi di osteosintesi e sostituzione protesica).
La terapia farmacologica si avvale di numerosi farmaci. Di questi, alcuni stimolano l’attività osteogenetica favorendo così la neoformazione scheletrica, altri invece inibiscono il riassorbimento osseo.
I farmaci attualmente utilizzati nella prevenzione e nel trattamento dell’osteoporosi sono: gli estrogeni, le calcitonine, i sali di calcio, i fluoruri, la vitamina D, gli anabolizzanti, i difosfonati, l’ipriflavone.
Ognuno di questi farmaci presenta indicazioni e controindicazioni ben precise che vanno di volta in volta valutate dal medico in rapporto al caso singolo.
Talora i vari presidi farmacologici, anche se ben impiegati, possono non determinare i risultati attesi soprattutto per quanto concerne l’incremento della massa ossea e la riduzione dell’incidenza di fratture; da ciò la necessità di prevenire l’osteoporosi sia attraverso il riconoscimento e l’abbattimento dei fattori di rischio che mediante una dieta appropriata ed un’adeguata attività fisica.

 

MENOPAUSA & DEPRESSIONE 

 

La menopausa rappresenta una tappa cruciale nella vita di una donna caratterizzata dall’essere fase di passaggio, luogo di transizione da una condizione di stabilità verso un nuovo equilibrio, e quindi verso un differente rapporto con se stessa e con il mondo.
Nell’arco dell’esistenza la donna si trova a dover superare alcuni momenti critici in cui deve far fronte ad importanti modificazioni del proprio corpo o del mondo esterno: si pensi all’adolescenza, ma anche alla gravidanza e alla maternità, come al momento del distacco dalla famiglia di origine.
La menopausa rappresenta un periodo di modificazioni psico-fisico che interviene in genere dopo lunghi anni di “stabilità” del proprio corpo, e la donna, da tempo abituata a conoscersi ed a riconoscere le proprie ambizioni, si trova spesso impreparata ad affrontare una così complessa esperienza.
Una delle caratteristiche principali di tale epoca dell’esistenza è la presenza di esperienza di “perdita” sia di potenziale capacità di generare sia, specie nell’elaborazione fantastica, della capacità di esercitare ancora attrazione sessuale; questi vissuti possono colorare negativamente anche altri mutamenti che devono essere affrontati a volte nello stesso periodo, quali l’allontanamento dei figli dalla famiglia, modifiche nei rapporti di lavoro e in alcuni casi anche il pensionamento.
Il vissuto di perdita, associato all’ansia che deriva dalla necessità di abbandonare i precedenti schemi per acquisirne di nuovi può comportare l’emergere di sintomi d’ansia o di veri e propri stati depressivi, condizionati anche dalle tipiche malformazioni ormonali della menopausa.
Tali sintomi sono soprattutto la labilità emotiva con facilità al repentino e talora immotivato cambiamento d’umore, l’irritabilità, le manifestazioni d’ansia con possibili somatizzazioni (senso di costrizione precordiale, cardiopalmo, sensazione di “fame d’aria”, nodo alla gola, cefalea).
L’ansia può essere diffusa, accompagnando tutte le esperienze quotidiane, che vengono vissute con sentimenti di attesa penosa e paurosa, oppure focalizzata su eventi particolari, talora fino a veri e propri “attacchi di panico”.
I sintomi depressivi invece consistono in una generale caduta del tono dell’umore, con una prevalenza di sentimenti spiacevoli e penosi, di colpa, rimorso, nostalgia, e con atteggiamento di fondo che colora di “grigio” tutte le esperienze della vita, talvolta in un vissuto di inadeguatezza, di incapacità, di caduta dell’autostima e della fiducia nelle proprie capacità.
Spesso i sintomi ansioso-depressivi si associano ad alterazioni del ritmo sonno-veglia, caratterizzate sia dalla difficoltà nell’addormentamento, sia da risveglio improvviso alle prime ore del mattino, con stato d’ansia e impossibilità a riprendere sonno.
In alcuni casi possono sintetizzarsi quadri psichiatrici più importanti, quali disturbi depressivi maggiori o anche episodi psicotici, soprattutto in donne che abbiano già presentato in passato precedenti psichiatrici.
È stato inoltre descritto un aumento di frequenza dei disturbi psichici durante la menopausa in donne con analoghe “crisi” in pubertà e durante la gravidanza, mentre la presenza in passato di sintomi di “tensione premestruale” non comporta un aumento del rischio di sintomi neuropsichiatrici in menopausa.
La terapia dei disturbi neuropsichiatrici in menopausa va intrapresa alla luce della presa di conoscenza della caratteristica di transitorietà dei disturbi, e della consapevolezza dei meccanismi psichici che contribuiscono a perpetuare lo stato d’ansia, la caduta dell’autostima, l’abbassamento del tono dell’umore.
In alcuni casi è necessario ricorrere per brevi periodi ad un trattamento psicofarmacologico sintomatico, volto da un lato alla limitazione della sintomatologia neurovegetativa, dall’altro al controllo dell’ansia e dei sintomi depressivi.
Abbiamo oggi infatti a disposizione farmaci che, agendo con un effetto di modulazione dei neuro-mediatori cerebrali, possono controllare i disturbi ansioso-depressivi fino alla regressione totale dei sintomi psichici.
In presenza di insonnia, sia con ansia serale e difficoltà di addormentamento, sia con precoci risvegli mattutini, un ciclo di adeguata terapia ipnoinducente, associata al trattamento antidepressivo, riesce a regolarizzare il ritmo sonno-veglia.
Si può concludere ricordando che l’eventuale supporto psicofarmacologico e psicoterapeutico in menopausa ha lo scopo di accompagnare la donna verso il superamento di questa delicata fase di passaggio e di maturazione verso una nuova ed importante stagione dell’esistenza, concordando con Simone De Beauvoir che “la donna non è definita né dai suoi ormoni, né dai suoi istinti misteriosi, ma dal modo con cui riprende possesso del proprio corpo e del proprio rapporto con il mondo”.

 

INTERNISTA & MENOPAUSA

 

Il climaterio e la menopausa rappresentano una tappa “normale” nella vita della donna; cionondimeno si accompagnano frequentemente a disturbi quali “vampate” o aumento di peso e a modificazioni della funzione di vari sistemi ed apparati come la tiroide e il surrene.
Il processo di trasformazione che si verifica in questa fase della vita va visto in maniera complessiva senza sottovalutare o disconoscere gli elementi neuropsichici, gli effetti dei processi biologici di invecchiamento, le predisposizioni genetiche, le abitudini di vita, e persino fattori antropologici e culturali.
L’aumento del peso e la redistribuzione del grasso e dei liquidi corporei non rappresentano solo l’effetto sul metabolismo delle trasformazioni ormonali, ma la somma di fenomeni quali il mancato adeguamento del rapporto calorico alle mutate esigenze dell’organismo, modificazioni dell’attività fisica, e pure un differente rapporto con il cibo su base psicologica.
Alcune modificazioni della struttura corporea, quali una certa prominenza dell’addome possono talora essere dovute ad una deformazione della colonna e del bacino conseguenti all’osteoporosi.
Questa malattia rappresenta forse la patologia più specificatamente legata al fenomeno della menopausa, e consiste in un’alterazione del metabolismo osseo che porta ad un assottigliamento e ad una fragilità delle vertebre, del femore e della gabbia toracica, con conseguente maggiore predisposizione alle fratture traumatiche.
Altre condizioni cui può predisporre, in una certa misura, la menopausa, sono l’ansia e la depressione, i disturbi del sonno, l’ipertensione arteriosa, il diabete mellito, le alterazioni della funzione tiroidea, le dislipidemie.
Si deve raccomandare, in questo periodo della vita, un’attenzione ancora maggiore, ad alcune fondamentali regole di igiene di vita: alimentazione varia e naturale a base di cibi freschi con riduzione dei grassi animali e incremento delle fibre, eventualmente personalizzata sulla base di una specifica prescrizione dietologica; eliminazione di abitudini voluttuarie quali il fumo e l’alcool; esposizione all’aria aperta e al sole (evitando gli eccessi); mantenimento di una appropriata attività fisica.
È opportuno infine che attraverso i controlli medici vengano riconosciuti i fattori di rischio individuali, allo scopo di programmare specifici interventi preventivi ed eventuali terapie sostitutive ormonali e a base di supplementi dietetici.

 

IPERTENSIONE e MENOPAUSA

 

Le malattie cardiovascolari costituiscono attualmente la causa di morte più frequente nelle donne, oltre che negli uomini. Tra i vari fattori di rischio cardiovascolare (ipercolesterolemia, fumo di sigaretta, ecc.) l’ipertensione arteriosa rappresenta una condizione morbosa che deve essere quanto più precocemente riconosciuta e trattata, a causa delle complicanze a volte anche molto gravi che essa può determinare (ictus celebrare, infarto miocardico).
Valori di pressione arteriosa al di sotto do 140 mmHg per la sistolica (o massima) e 90 mmHg per la diastolica (o minima) sono attualmente considerati normali in un soggetto umano adulto.
Con l’avanzare dell’età si riscontra con maggiore frequenza una elevazione dei valori pressori; in particolare è stato dimostrato che nelle donne di età superiore ai 50 anni i valori medi di pressione arteriosa sono più elevati di quelli degli uomini di pari età. Al contrario, prima della menopausa l’ipertensione è meno comune e severa nelle donne a causa del ciclico ripetersi delle mestruazioni.
La carenza di estrogeni dovuta all’esaurimento funzionale dell’ovaio in menopausa può favorire l’insorgenza di ipertensione arteriosa; alcuni studi clinici, infatti, condotti su donne in periodo fertile avanzato e donne in menopausa spontanea o chirurgica della stessa età hanno dimostrato una prevalenza del fenomeno ipertensivo in queste ultime.
Tale comportamento è probabilmente dovuto all’effetto limitante che gli estrogeni svolgono nella produzione della noradrenalina, ormone che ha azione vasocostrittrice arteriosa e quindi favorente l’innalzamento della pressione arteriosa.
Va comunque tenuto presente che non tutte le donne in menopausa vanno incontro ad ipertensione arteriosa in conseguenza dei cambiamenti ormonali prima descritti.
Infatti, possono entrare in gioco numerose altre variabili, a loro volta potenzialmente causa di ipertensione: predisposizione familiare, emotività, stress, riflessi psicologici legati alla perdita della funzione riproduttiva, diete poco equilibrate, minore attività fisica ecc.
La scoperta di ipertensione arteriosa in epoca menopausale non controindica l’uso della terapia ormonale sostitutiva, anche se prima di iniziarla è consigliabile riportare i valori di pressione arteriosa nei limiti della norma. Allo stesso modo, qualora l’ipertensione sia già nota prima dell’inizio della menopausa, è opportuno tentare il controllo terapeutico della pressione arteriosa prima di iniziare la terapia ormonale sostitutiva.
L’ipertensione arteriosa che compare in epoca menopausale va quindi riconosciuta e trattata in modo adeguato.
La diagnosi va effettuata mediante: una corretta raccolta di storia anamnestica personale e familiare, un esame clinico approfondito e volto alla ricerca di eventuali patologie a carico dei vari organi e/o apparati (cuore, polmoni, reni, arterie degli arti inferiori, retina), l’esecuzione dei più comuni esami ematochimici (azotemia, creatinemia, uricemia, emocromo ecc), e strumentali (elettrocardiogramma, telecuore), riservando l’esecuzione di altre indagini più fini e complesse (ecocardiogramma, doppler arterioso) nei casi più meritevoli.
Un valido contributo alla diagnosi corretta di ipertensione arteriosa viene dato dal “Monitoraggio ambulatoriale della pressione arteriosa nelle 24 ore (o Pressurometria)”, mediante il quale la pressione arteriosa viene misurata per tutta la giornata, a scadenze fisse (ogni 10-20 minuti) mentre il soggetto svolge le sue normali attività diurne e durante il sonno (ogni 30-60 minuti); ciò consente anche di evitare la “ipertensione da camice bianco” tipica di numerosi individui che reagiscono in maniera esagerata alle misurazioni effettuate nello studio del medico.
Una corretta terapia della ipertensione prevede almeno due fasi:

 

la prima, non farmacologica, comporta l’adozione di una serie di misure igienico-dietetiche che, da sole, spesso sono sufficienti a migliorare lo stato pressorio: riduzione del peso corporeo, attività fisica regolare, diminuzione del sale da cucina nei cibi, limitazione dell’alcool e del fumo, terapia di rilassamento antistress; 

 

 

la seconda fase, quella farmacologica, che viene associata successivamente, si avvale di numerosi farmaci attualmente a disposizione e che consentono sempre un adeguato trattamento di tutte le varie forme di ipertensione arteriosa (diuretici, beta-bloccanti, ace-inibitori, calcio-antagonisti, farmacia ad azione centrale ecc.) 

 

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