Per la prevenzione delle dermatiti allergiche da contatto da Nichel si rende utile la definizione dei livelli di concentrazione minima in grado d’indurre la reazione. La dermatite allergica da contatto (DAC) è un’entità nosologica molto frequente in campo dermatologico. Si tratta di un’affezione di natura eczematosa innescata dalla penetrazione nella cute di uno o più allergeni verso cui il paziente precedentemente si è sensibilizzato per via topica. La distribuzione è ubiquitaria ma presenta una netta prevalenza nelle zone industrializzate, in relazione a una frequente sensibilizzazione acquisita in ambito lavorativo.

Dal punto di vista eziopatogenetico bisogna considerare il fatto che qualsiasi sostanza chimica è in grado di innescare una dermatite allergica da contatto ma la capacità di fungere da allergizzante varia notevolmente in base alla struttura chimica. Il fatto che una sostanza sia o meno un antigene completo non ha grande importanza dato che alcune molecole sono in grado di legarsi a proteine del derma dando così origine ad antigeni veri e propri.
Di notevole importanza sono inoltre i fattori predisponenti sia individuali sia locali, come fenomeni occlusivi o irritazioni croniche che facilitano la penetrazione dell’antigene alterando ad esempio il film idrolipidico. Non è raro infatti che la DAC venga preceduta da una dermatite irritativa da contatto.
Il verificarsi di una DAC necessita di alcuni passaggi fondamentali di cui il primo è certamente costituito dalla penetrazione della sostanza in causa nell’epidermide e sua eventuale coniugazione con proteine in loco dando così origine a un complesso che si lega successivamente agli antigeni di istocompatibilità di classe II presenti sulle cellule di Langerhans. Queste cellule presentanti l’antigene migrano quindi nei linfonodi locoregionali inducendo la sensibilizzazione verso il nuovo antigene dei linfociti T qui localizzati.
L’ultimo passaggio consiste nella blastizzazione dei linfociti e loro ritorno a livello cutaneo.
Dal momento del primo contatto con la sostanza in causa sono necessari dai 15 ai 20 giorni circa perché avvenga la sensibilizzazione, a un eventuale successivo contatto con la stessa sostanza saranno sufficienti 24-48 per indurre una DAC.
L’aspetto clinico di una DAC è spesso caratteristico, sia dal punto di vista della localizzazione sia dal punto di vista anamnestico.
Si manifesta con un eczema tendenzialmente limitato all’area del contatto; questa fase, detta di eczema rubrum, può facilmente risolversi senza esiti con il semplice allontanamento del fattore scatenante. Nel caso ciò non avvenga la DAC si aggrava, la lesione eczematosa tende a complicarsi con la comparsa di vescicole; si arriva così nella fase dell’eczema vescicolare.
Talvolta le vescicole possono andare incontro a rottura, dando vita a un quadro essudante e successivamente crostoso.
Il processo di guarigione è caratterizzato da una fase di cheratinizzazione che può dare origine a squame oppure, soprattutto in sede palmoplantare, a forme di eczema ipercheratosico.
Il quadro della DAC può anche cronicizzare, in genere ciò avviene quando il fattore scatenante non viene rimosso. In tal caso l’area eczematosa va incontro a infiltrazione ed eventualmente a successiva lichenificazione.
Oltre alla classificazione descrittiva dell’eczema appena esposta, ne esiste anche una temporale che fa riferimento ai quadri evolutivi cui va incontro, si parla infatti di forme acute, subacute e croniche.
L’eczema con cui si manifesta una DAC non sempre rimane circoscritto alle zone di contatto potendo infatti estendersi anche in aree distanti da quelle primitivamente interessate.
Per quanto concerne la diagnosi, essa si basa essenzialmente, in prima battuta, sull’aspetto delle lesioni, loro localizzazione e sintomatologia che in genere consiste in prurito e talvolta bruciore. Fondamentali sono inoltre i dati anamnestici riferiti dal paziente.
Nella diagnosi differenziale vengono presi in considerazione la psoriasi, la dermatite atopica e la disidrosi.
Il passo successivo consiste nell’identificazione della sostanza responsabile attraverso tests epicutanei o patch tests.
Negli ultimi anni ha suscitato notevole interesse la questione della DAC causata dai cosmetici, un capitolo molto ampio e i cui quadri clinici cutanei sono variabili sia dal punto di vista della gravità sia nella morfologia.
Le reazioni possono infatti essere locali cutanee o mucose, o possono raggiungere l’importanza di un quadro sistemico. L’intensità e la localizzazione delle manifestazioni sono influenzate da numerosi fattori fra cui preponderante risulta il tempo di contatto della sostanza con la cute: è molto più raro incontrare reazioni importanti in seguito al contatto con prodotti a risciacquo, quindi di breve durata, come i detergenti; più frequentemente si hanno DAC di una certa importanza in associazione a sostanze che permangono a lungo a contatto con la cute, a esempio deodoranti o creme.
Un altro fattore d’importanza fondamentale è la sede d’applicazione, in relazione alla differente capacità d’assorbimento dei diversi distretti cutanei legata allo spessore dello strato corneo. Una sede ad alto rischio, a esempio, è costituita dall’area perioculare dove la cute si presenta naturalmente più sottile rispetto ad altri distretti e quindi dotata di maggiore capacità assorbente.
I quadri clinici cutanei potenzialmente scatenati dal contatto con cosmetici sono, come dicevamo, molteplici.

 Per la prevenzione delle dermatiti allergiche da contatto da Nichel si rende utile la definizione dei livelli di concentrazione minima in grado d’indurre la reazione.

 

Irritazione da contatto

Si tratta dell’evenienza più frequentemente osservata, generalmente si manifesta contemporaneamente o poco dopo l’applicazione del prodotto.Tipicamente il paziente riferisce prurito talora associato ad arrossamento e bruciore limitati all’area ove è avvenuta l’applicazione. Molto rari sono eventuali sintomi sistemici. In genere è sufficiente la rimozione del prodotto per risolvere il quadro.

Non sono noti a tutt’oggi i meccanismi patogenetici specifici in causa, certo è che esistono aree più suscettibili di altre, fra queste sicuramente risulta più spesso interessato il volto, soprattutto guance, fronte e solchi nasogenieni. Non raro è anche l’interessamento delle aree retroauricolari.
La localizzazione più frequente al volto potrebbe suggerire una correlazione con una maggiore concentrazione di follicoli piliferi, com’è appunto in quest’area.
DC irritante

 

Anche questa forma di reazione avversa ai cosmetici risulta più spesso localizzata al volto e alle pieghe. Un ruolo molto importante viene svolto dall’applicazione del prodotto su cute già sede di dermatosi, dal residuo di cosmetico sulla cute per risciacquo incompleto del prodotto o dalla presenza di tensioattivi nelle sostanza applicate.
Dermatite allergica da contatto

 

Non raramente risulta scatenata da prodotti di cui il paziente, con suo grande stupore, fa uso da molti anni. La frequenza di questa affezione è maggiore nel sesso femminile, verosimilmente in relazione al più largo utilizzo di prodotti cosmetici rispetto agli uomini.
L’intensità del quadro scatenato è molto variabile, potendo limitarsi a una manifestazione localizzata o assumere un andamento sistemico.
Vi sono sostanze con un potere eczematogeno maggiore rispetto ad altre quindi più frequentemente prese in causa. Tra queste un ruolo di primo piano spetta certamente al Nichel, soprattutto in relazione alla sua larghissima diffusione come nichel metallico, idrossidi, ossidi, cloruri e solfati.
Questa sostanza risulta infatti presente in moltissimi oggetti e sostanze di uso comune quali a esempio le cerniere lampo, borchie, cinturini d’orologio, utensili d’uso domestico, montature metalliche di occhiali e anche in localizzazioni di più difficile gestione quali pacemaker, protesi dentarie, protesi ortopediche, valvole cardiache e IUD.
Lo si trova come componente anche di monete, tinture per capelli, fertilizzanti, terracotta e porcellana, grassi idrogenati di uso comune nell’industria alimentare.
Il nichel è inoltre presente anche nell’oro non puro, nell’argento e nella comune bigiotteria.
Di conseguenza, una considerazione diviene assolutamente necessaria, ovvero quanto sia importante la definizione dei livelli di concentrazione minima di Nichel in grado d’indurre una reazione avversa, essendo questo elemento il più frequentemente implicato nelle sensibilizzazioni e reazioni francamente allergiche da contatto.
Questo argomento è stato a lungo tempo dibattuto e oggetto di numerosi studi multicentrici. Il metodo classicamente utilizzato per la valutazione di reazioni da contatto, siano esse semplicemente irritative o francamente allergiche, è ovviamente quello dei patch test. Uno dei problemi cardine si è presentato al momento di stabilire quale fosse la concentrazione adatta per l’esecuzione di questi tests, e proprio nel corso di questi studi è stato possibile trarre alcune importanti considerazioni.
Un concetto di particolare interesse è stato il constatare come esistessero delle soglie di sensibilizzazione prima ed elicitazione dopo, differenti da soggetto a soggetto, in relazione anche con l’età, diversamente da quanto fino a quel momento considerato.
Risultò evidente come le persone più giovani, soprattutto verso la 3-4 decade di vita, fossero dotate di maggiore sensibilità nei confronti del Nichel rispetto alle persone più anziane, in relazione a una probabile esposizione più precoce a questa sostanza, ad esempio tramite bigiotteria o bottoni dei jeans.
La presenza di metallo nel cavo orale ha invece dimostrato, a sorpresa, di svolgere una sorta di effetto protettivo, se presente da almeno due anni: i soggetti in queste condizioni hanno dimostrato una sensibilizzazione verso il Nichel di minore intensità, spesso quasi insignificante.
Secondo Uter et al. i pazienti con sospetta sensibilizzazione al Nichel andrebbero testati con patch tests a concentrazioni differenti di questa sostanza, proprio in relazione ai differenti livelli di sensibilizzazione, utilizzando concentrazioni al 5%, 1%, 0,1% e 0,01% di Nichel solfato in pet., allo scopo di stabilire con la massima precisione i differenti livelli di sensibilizzazione, cosa impossibile con il test a concentrazione singola al 5%.
Un altro importante studio condotto da Allenby e Basketter ha dimostrato come nell’ambito delle rigorose condizioni dei patch tests con lettura a 48 h, includendo persino i soggetti con dermatiti causate dal contatto con surfactanti, la maggior parte dei pazienti considerati allergici al Nichel non dimostravano reattività per concentrazioni inferiori a 1 ppm.
In base a questi risultati vennero stabiliti i livelli di concentrazione del Nichel raccomandati nei prodotti a uso personale e domestico, inizialmente fissati a 5 ppm e successivamente abbassati ad 1 ppm.
I livelli di concentrazione di Nichel così fissati sono ancora oggetto di accertamenti, rimane comunque a tutt’oggi valida la considerazione che concentrazioni non superiori a 1 ppm non hanno dimostrato essere in grado di scatenare elicitazione o reazioni allergiche.
“Questo articolo è stato liberamente tratto da La Pelle Anno 9° (1) Per eventuali segnalazioni o reclami, si prega di contattare il titolare del presente sito web all’indirizzo email gdtif@gditalia.biz