I raggi UV sono responsabili di una serie di effetti negativi sulla cute che includono eritemi, ustioni, fotodermatiti, fotoinvecchiamento e fotocarcinogenesi. E’ evidente che il mutare dello stile di vita e dei condizionamenti sociali ha favorito in anni recenti un abuso dell’esposizione volontaria al sole, con aumento delle esposizioni intense e sporadiche, anche in età adolescenziale, tali da favorire l’aumento del rischio di sviluppo di melanomi e altri tumori della pelle.

La letteratura scientifica ha evidenziato come sia importante non trascurare la fotoprotezione, e in particolar modo nel bambino e nell’adolescente, in quanto è oramai dimostrato che il rischio di sviluppare melanomi e altri tumori della pelle nella vita adulta del soggetto è direttamente correlato all’esposizione solare ricevuta nei primi venti anni di vita.
E’ ormai accertato che un’efficace fotoprotezione in giovane età, potrebbe ridurre in maniera drastica l’incidenza del melanoma nell’adulto. In particolare, recenti studi scientifici hanno evidenziato nell’UVA la causa principale del fotoinvecchiamento e una forte concausa della fotocarcinogenesi

 

Nel passato l’attenzione del formulatore di prodotti solari protettivi è stata posta sulla protezione UVB in quanto questa fascia dello spettro (280-320 nm) è responsabile di un danno immediato ed evidente come l’eritema. Al contrario, il danno biologico generato dalle lunghezze d’onda più lunghe appartenenti all’UVA (320-400 nm) è silente ma tende ad accumularsi nel tempo mostrando i suoi effetti a distanza di anni.
L’UVA è in grado di penetrare nel derma, dove agisce causando il rilascio di radicali liberi, in particolare dell’ossigeno singoletto, i quali poi a loro volta danneggiano il Dna nucleare e mitocondriale, le membrane, gli enzimi e le fibre proteiche strutturali delle cellule cutanee, portando a fotoelastosi e anche a possibili trasformazioni cancerose. L’UVA è inoltre il principale co-responsabile dei fenomeni di fotosensibilizzazione e fototossicità. Essendo la radiazione incidente composta per la maggior parte (circa il 95%) da UVA, si intuisce l’importanza di proteggere efficacemente le zone di cute esposte da questa componente dello spettro. 

 

La radiazione UVA non è schermata né dalla plastica né dal vetro, per cui si risulta fotoesposti anche negli ambienti chiusi, come a esempio in ufficio o in auto, attraverso vetri e finestre. Sarebbe buona norma quindi adoperare protezioni moderate anche in città.
Etichettatura e informazioni al Consumatore 

 

Negli ultimi anni i prodotti solari topici si sono ovviamente adeguati a queste nuove esigenze, proponendo formulazioni più complete che proteggano efficacemente anche nella banda UVA. In questo senso si sta muovendo anche la legislazione, che punta nel prossimo futuro a informazioni in etichetta che oltre a una categoria di SPF evidenzino un fattore legato non solo all’intensità della protezione, ma anche al rapporto tra la protezione UVB e UVA. Questo indice verrà basato su un insieme di valutazioni sperimentali in vitro e in vivo combinate.
Per ora, le ultime linee guida della European Cosmetic Toiletry and Perfumery Association (Colipa) pubblicate nel 2002 e operative dal 2004, hanno introdotto variazioni nella scala di classificazione dei prodotti solari: la volontà è quella di fare chiarezza sui numeri di SPF e di valorizzare maggiormente le protezioni elevate.
Queste linee guida sono sempre basate sui valori di SPF, ma al posto delle definizioni generiche precedentemente in uso che racchiudevano un range di valori (protezione alta, media, bassa) individuano alcuni valori scalari ben definiti che devono essere utilizzati per inquadrare il posizionamento del prodotto (vedi tabella).

 

Viene abolita la vecchia dicitura “sunblock”, in favore della “protezione ultra”, che è stabilita in 50+, poiché 50 è il più alto valore di SPF che può essere calcolato secondo le metodiche ufficiali approvate, prendendo in considerazione le esigenze massime di fotoprotezione che possono verificarsi per un fototipo II, alle latitudini europee. 

 

Nella scelta del prodotto protettivo occorre tuttavia ricordare che la quantità che viene applicata sulla pelle è in media molto più bassa (anche il 50%) dei 2 mg/cm2 utilizzati in laboratorio per il calcolo dell’SPF, per cui è buona regola utilizzare sempre prodotti più protettivi rispetto a quanto necessario, o applicare il prodotto più volte sull’area esposta.
Può sembrare banale, ma il dermatologo dovrebbe istruire il paziente su come applicare la crema solare, spalmandola in maniera accurata e senza dimenticare punti trascurati come il dorso della mani e dei piedi o il padiglione auricolare, soprattutto quando si tratta di bambini.
Questa operazione viene senz’altro facilitata dalla scelta di prodotti con una buona texture e spalmabilità, che non richiedano un tempo eccessivo di assorbimento e non lascino quel fastidioso effetto bianco che è spesso causato dalla presenza di schermi UV fisici di natura inorganica (biossido di titanio e ossido di zinco).

 

Gli schermi fisici sono peraltro indispensabili nelle protezioni elevate per avere una copertura ottimale dello spettro, ma sono oggi disponibili pigmenti micronizzati e predispersi in matrici lipofile che rendono senz’altro possibile la formulazione di prodotti a elevato scorrimento e che non causano l’effetto bianco menzionato. 

 

 La protezione ottimale è senz’altro data dall’associazione di schermi fisici, che riflettono le radiazioni e filtri chimici organici. Questi ultimi sono molecole contenenti anelli aromatici, in grado di assorbire le lunghezze d’onda della banda UV in zone precise dello spettro. Miscelando opportunamente questi due tipi di molecole, si possono ottenere prodotti con protezione ad ampio spettro, più o meno intensa.

 

Un altro parametro molto importante per quanto riguarda le formulazioni è la sostantività, la capacità cioè del preparato di permanere sulla pelle e di non essere facilmente asportato dall’acqua o dal sudore.
Le formule con olio esterno sono ovviamente molto adatte a questo scopo, ma ottimi risultati possono essere raggiunti anche con più moderne e gradevoli formule olio in acqua impiegando siliconi e polimeri reticolanti. Con questi accorgimenti formulativi si può limitare molto l’assorbimento percutaneo di filtri e schermi solari, che permangono sull’esterno della cute ed esercitano più a lungo la loro protezione, limitando al contempo il rischio tossicologico legato a un potenziale assorbimento.
La sostantività dei filtri solari è massima nelle alte protezioni che contengono anche pigmenti inorganici. Questo fattore è da tenere in considerazione dal punto di vista tossicologico anche per il fatto che, paradossalmente, tra le sostanze che inducono fotosensibilizzazione e fotodermatiti da contatto, le più frequenti sono proprio alcuni filtri solari, come l’acido para-ammino benzoico e i suo esteri o l’ossibenzone, seguiti per importanza da alcuni ingredienti dei profumi.
Laddove il filtro non venga assorbito attraverso la cute, anche il rischio di fotoreazioni è drasticamente ridotto.
Gli effetti fototossici possono essere evitati sottoponendo sperimentalmente in via preliminare il prodotto a un test in vitro apposito regolamentato dalla CEE, il test 3T3 NRU. Il professionista deve quindi correttamente valutare i rischi reali che possono derivare dall’uso di prodotti dermocosmetici fotoprotettivi inadeguati.
Se da un lato i prodotti solari offrono protezione da eritemi e danni cutanei cronici, dall’altro, quando non correttamente formulati, potrebbero esporre a un rischio di fotoreazione, o addirittura, come alcuni hanno postulato, a un aumento di incidenza di melanomi e tumori cutanei. Quest’ultima ipotesi sarebbe basata sull’assunto che il maggior utilizzo di prodotti protettivi abbia spinto in realtà a un abuso di esposizione solare, con una protezione tuttavia inadeguata nei confronti dell’UVA, e con un accumulo dei danni conseguenti nel derma.
Oggi molti prodotti recano in etichetta, oltre al valore di protezione come SPF calcolato nella banda UVB, anche il valore di protezione nei confronti dell’UVA, calcolato con il metodo PPD (Persistent Pigment Darkening) o IPP (Immediate Persistent Pigmentation). Queste metodiche non sono ancora ufficiali, tuttavia, abbinate a test spettrofotometrici in vitro, permettono senz’altro di verificare l’efficienza di protezione del prodotto anche in questa zona dello spettro. Questa informazione è quindi senz’altro molto utile per orientarsi nella scelta di un prodotto dalle performance ottimali.
Bisogna tenere in considerazione che queste metodiche consentono di misurare valori di protezione massima nell’UVA intorno a 25, per cui prodotti con valori di protezione UVA di 20-25 sono da considerarsi a elevata performance.

La protezione solare elevata: il prodotto topico ideale

Per ottenere il risultato ottimale di sicurezza d’impiego e di efficacia, il prodotto topico solare deve quindi essere formulato con precisi criteri. In particolare deve preoccuparsi di:

1) utilizzare filtri chimici fotostabili e in quantità calibrata; 

2) utilizzare filtri chimici e fisici in abbinamento per avere il massimo della protezione;
3) informare correttamente il consumatore in etichetta circa il grado di protezione UVB e UVA;
4) utilizzare eccipienti che limitino o rendano nullo l’assorbimento percutaneo dei filtri, trattenendoli nello strato esterno dell’epidermide, dove devono esercitare la loro funzione;
5) escludere tra gli eccipienti quelle sostanze, come profumi e alcuni conservanti, che sono note dalla letteratura avere effetti fototossici;
6) contenere principi attivi antiossidanti in grado di combattere i ROS fotoindotti;
7) garantire una buona resistenza all’acqua e al sudore della formula;
8) essere facilmente applicabile in maniera omogenea sull’epidermide e avere un buon grado di piacevolezza cosmetica.

 

L’ottimale: topico più sistemico

In aggiunta alla protezione topica, si conferma l’utilità della protezione sistemica con specifici integratori alimentari a base di antiossidanti. Per essere efficaci questi prodotti devono contenere una studiata miscela di principi attivi in grado di intervenire su più aspetti metabolici: vitamine, beta-carotene e altri carotenoidi, oligoelementi, inibitori dei radicali liberi, protettori dei lipidi di membrana e stimolatori delle difese immunitarie.

Miscele dosate efficacemente di queste sostanze si sono rivelate sperimentalmente in grado di innalzare la MED, e quindi la difesa biologica intrinseca, nei confronti dell’irradiazione UV.
Questo effetto è risultato più marcato con i fototipi bassi, che sono quindi in grado di trarre il maggior beneficio da questa preparazione sistemica all’esposizione solare.

Gli integratori vanno assunti generalmente da uno a due mesi prima dell’inizio dell’esposizione, non presentano effetti collaterali e spesso sono formulati in modo da poter essere assunti anche da bambini, adolescenti, anziani e donne in gravidanza.

 

Etichettatura dei prodotti solari in Europa: confronto tra le nuove e le vecchie raccomandazioni COLIPA

 

Raccomandazione COLIPA n. 11 del 2002

(data di implementazione: 1 genn. 2004 con 2 anni di transizione fino al 12 dic. 2005)

Basse protezioni: 2, 4, 6
Medie protezioni: 8, 10, 12
Alte protezioni: 15, 20, 25
Altissime protezioni: 30, 40, 50
Protezione ULTRA: 50+

Raccomandazione COLIPA n. 4 del 1996

Protezione bassa: (2-5)
Protezione media: (6-11)
Protezione alta: (12-19)
Protezione altissima: (20)
SUNBLOCK: (20+, UVA)
Da “La Pelle” Anno 10° (5)