Gli isoflavoni rappresentano un gruppo di composti interessanti per le loro possibili applicazioni nella pratica clinica, soprattutto nel dare sollievo ai sintomi che rendono questo periodo uno dei più difficili nella vita di una donna. Allo stesso modo è apprezzato l’effetto di alcune piante nel ridurre vampate di calore, sudorazione intensa e irritabilità. La possibilità di utilizzare gli isoflavoni in menopausa si è ritagliata uno spazio sempre più consistente nell’interesse del pubblico e anche in quello di molte aziende, che hanno posto in commercio numerosi integratori per il trattamento dei disturbi climaterici.

I fitoestrogeni  sono presenti sotto forma di precursori in circa 350 piante, ma la maggiore concentrazione è stata evidenziata in prevalenza nelle Leguminosae

L’interesse scientifico verso questo gruppo di principi attivi è nato in seguito ad alcuni studi epidemiologici: fra le donne giapponesi, la cui alimentazione particolarmente ricca di soia (circa 45-60 grammi di proteine di soia al giorno) assicura un apporto di fitoestrogeni quasi 10 volte superiore a quello delle donne occidentali, si è riscontrata una minore incidenza di vampate di calore , di fratture femorali e di tumori legati all’uso di ormoni.
Questa casistica ha suggerito la possibilità che un’integrazione dell’alimentazione con isoflavoni di soia sia in grado di prevenire e di favorire la riduzione dei disturbi e delle complicanze tipiche della menopausa.
In competizione per gli stessi recettori
In natura, i fitoestrogeni sono presenti sotto forma di precursori in circa 350 piante, ma la maggiore concentrazione è stata evidenziata in prevalenza nelle Leguminosae, tra cui spiccano, per il contenuto di isoflavoni, i semi di soia.
Dal punto di vista chimico, sono composti eterociclici non steroidei, la cui struttura è simile a quella dell’estradiolo.
I fitoestrogeni contenuti negli alimenti e nelle piante costituiscono solo i precursori della forma attiva dei fitoestrogeni: quest’ultima è infatti ottenuta a livello intestinale, dove questi composti sono metabolizzati a opera della flora batterica. Nel caso specifico della soia, dalla biocanina A è ottenuta la genisteina e dalla formononetina si ottiene la daidzeina.
La genisteina è poi ulteriormente metabolizzata, a opera dei batteri dell’intestino crasso, in 6-idrossi-0-desmetilangolesina, un composto non estrogenico, mentre la daidzeina è trasformata in equolo, composto estrogenico attivo. Gli isoflavoni, dopo l’assorbimento, giungono fino al fegato e sono poi eliminati prevalentemente per via renale.
Secondo alcuni studi, la capacità di assorbire i fitoestrogeni e di trasformare la daidzeina in equolo sarebbe variabile. Solo il 30 per cento della popolazione tende a metabolizzare la daidzeina in equolo, ma sembrerebbe possibile una relazione tra l’alimentazione e il metabolismo batterico intestinale: un’alimentazione ricca di grassi inibirebbe la conversione di daidzeina in equolo, mentre una ricca di carboidrati la favorirebbe.
Il meccanismo d’azione dei fitoestrogeni non è ancora perfettamente chiarito. Si ipotizza che questi composti, in virtù della loro struttura chimica, abbiano azione competitiva per i recettori degli estrogeni: la teoria più accettata evidenzia, infatti, la loro capacità di legarsi, in presenza di bassi livelli ematici di estradiolo, ai recettori degli estrogeni, interferendo così con la loro stessa sintesi e con la loro concentrazione nell’organismo.
Gli isoflavoni avrebbero quindi un’azione sufficiente per migliorare il quadro sintomatico menopausale, per influenzare positivamente il metabolismo osseo e ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, ma comunque tale da non provocare la formazione di tumori ormonodipendenti.
Le proprietà dimostrate ne trattamento della sintomatologia menopausale dagli isoflavoni, se assunti in quantità adeguata (circa 60-70 milligrammi al giorno, anche suddivisi in due somministrazioni), si basano sugli stessi principi che danno validità alla terapia ormonale sostitutiva, con la rilevante differenza di una mancanza, almeno secondo gli studi attuali, degli effetti collaterali tipici di quest’ultima.

 

Gli isoflavoni si sono pertanto dimostrati utili in menopausa
  • nel ridurre la sintomatologia vasomotoria (vampate di calore): da numerosi studi clinici è emersa la capacità degli isoflavoni, se utilizzati con costanza (per circa 12 settimane) da donne in perimenopausa, sotto forma di farina di soia o di integratore a base di estratti di soia, di assicurare una riduzione pari circa al 45 per cento dell’incidenza dei sintomi, con diminuzione significativa dei numero e della severità delle vampate di calore notturne rispetto al gruppo di controllo.
  • Le vampate di calore sono sicuramente uno dei sintomi più sentiti dalla donna in menopausa; al di là del fastidio fisico, esiste il disagio dovuto al frequenti risvegli notturni che, alterando il ritmo sonno-veglia, sono spesso causa d’insonnia, irritabilità e stati di affaticamento;
  • nella prevenzione dell’osteoporosi: non mancano studi clinici rivolti a evidenziare una possibile relazione tra isoflavoni e osteoporosi, in virtù della minore incidenza di questa patologia nelle popolazioni orientali. Si ipotizza un possibile miglioramento del metabolismo osseo indotto dai fitoestrogeni, grazie a una regolazione dello scambio di calcio attraverso le membrane cellulari e a una regolazione del deposito del calcio intracellulare.
  • L’ipriflavone fitoestrogeno sintetizzato dalla daidzeina, sembrerebbe il più attivo nella prevenzione della perdita di massa ossea tipica della menopausa e nel miglioramento del turnover osseo. Naturalmente la prevenzione dell’osteoporosi si basa anche su una corretta alimentazione, sull’introduzione di adeguate quantità di calcio e vitamina D, oltre che su una moderata attività fisica;
  • non è da trascurare anche il ruolo svolto dagli isoflavoni nella riduzione dell’incidenza delle malattie cardiovascolari. L’azione sarebbe, in questo caso, correlabile al benefico effetto realizzato sui lipidi in circolo, con riduzione dell’LDL-colesterolo in soggetti con valori di partenza elevati. L’azione protettiva sui vasi sembrerebbe legata all’azione antiossidante dimostrata dagli isoflavoni e al possibile effetto di riduzione dell’aggregazione piastrinica.
In conclusione, è possibile affermare che gli isoflavoni rappresentano un gruppo di composti particolarmente interessanti per le loro possibili applicazioni nella pratica clinica, soprattutto nel dare sollievo a quell’insieme di sintomi che rendono la menopausa uno dei periodi più difficili nella vita di una donna. Non vanno trascurate neanche le possibilità offerte nella prevenzione di malattie a lungo termine, quali l’osteoporosi e le malattie cardiovascolari.
 
Sono necessari senza dubbio ulteriori studi, che stabiliscano in modo più preciso i dosaggi e le forme di assunzione più adatte per ottenere il massimo effetto

 

Sarebbe comunque poco realistico affermare che l’efficacia degli isoflavoni è ormai una realtà ben chiara: sono senza dubbio necessari ulteriori studi, che confermino su larga scala, ma soprattutto per tempi più lunghi, i risultati finora ottenuti, stabilendo in modo più preciso i dosaggi e le forme di assunzione più adatti per ottenere il massimo effetto dai fitoestrogeni.

L’integrazione con isoflavoni è comunque consigliabile in tutta tranquillità alle donne che desiderano ritrovare il proprio equilibrio e migliorare la loro qualità di vita, soprattutto nei casi in cui non si desidera, o non si può intraprendere, una terapia ormonale sostitutiva.
E’ d’obbligo precisare, infine, che l’assunzione di soia a scopi alimentari non è legata a particolari precauzioni, ma in gravidanza e durante allattamento l’uso degli integratori a base di fitoestrogeni, e quindi di isoflavoni, è controindicato.
Un’altra fonte: il TRIFOGLIO ROSSO 

 

Utilizzato da secoli dalla medicina cinese, il trifoglio rosso è una pianta perenne alta circa 40-50 centimetri, dalla foglie suddivise in tre lobi di forma ovale caratterizzati da una macchia biancastra sulla pagina superiore. Le infiorescenze, utilizzate per la realizzazione degli estratti, sono di colore rosso porpora. 
Gli estratti di trifoglio rosso, standardizzati e titolati (processi necessari per garantire il giusto dosaggio dei principi attivi) contengono sia la biocanina A sia la formononetina, precursori dei flavonoidi riconosciuti come più efficaci per la loro attività estrogenica: la genisteina e la daidzeina. Studi clinici hanno evidenziato la capacità degli estratti standardizzati e titolati di trifoglio di ridurre, nel 40 per cento dei casi, gli episodi di vampate.

 

Sicurezza ma con cautela

 

Il limite giornaliero stabilito per l’integrazione con isoflavoni è di 80 milligrammi.
Generalmente ben tollerati, gli isoflavoni, quando assunti in forma di integratori, soprattutto a dosi elevate (escludendo quindi l’uso alimentare della soia e dei suoi derivati), non sono dei tutto esenti da effetti collaterali, legati prevalentemente alla loro attività estrogenica.
Possono verificarsi disturbi a livello intestinale (stitichezza e nausea) e più occasionalmente rash-cutanei, emicrania e perdite vaginali. Cautela nell’uso va fatta, inoltre, per il possibile potenziamento di attività tra le varie piante ad attività estrogenica, quali la soia, l’alfa-alfa, il trifoglio rosso, la cimicifuga, la liquirizia. Il rischio di effetti collaterali aumenta quando l’uso dell’integratore è inserito in un regime dietetico ricco di proteine di soia: in questi casi diventa, infatti, difficile stabilire la dose giornaliera di isoflavoni effettivamente assunta.
L’uso di integratori a base di isoflavoni in associazione a un’eventuale terapia estrogenica o contraccettiva, per la possibile azione di competizione con i recettori degli estrogeni, è di esclusiva pertinenza medica.
Da non sottovalutare sono le possibili interazioni, sempre relative agli effetti estrogenici di tali integratori, con il tamoxifene: la genisteina potrebbe infatti antagonizzare gli effetti del farmaco.
Particolare cautela è richiesta anche in caso di utilizzo da parte di individui affetti da disordini della coagulazione o in caso di uso di droghe a cumarine.
I sintomatici naturali

 

Oltre ai fitoestrogeni, è possibile evidenziare altre piante utilizzate in fitoterapia per alleviare sintomi tipici della menopausa.
Tra quelle che ricorrono con maggiore frequenza nelle formulazioni dei diversi prodotti naturali indicati in menopausa è la Cimicifuga racemosa.
Da sempre utilizzata dagli Indiani Algonchini, tribù indigene del Nord America, per il trattamento dei disturbi ginecologici e per agevolare il parto, la cimicifuga, soprannominata da queste popolazioni “erba della squaw” o “serpentaria nera”, è stata rivalutata anche dalla moderna fitoterapia, che ne ha confermato le potenzialità terapeutiche in campo ginecologico.
Vampate di calore, sudorazione intensa, palpitazioni, irritabilità e disturbi dell’umore rappresentano il complesso di sintomi che la droga è in grado di ridurre in maniera significativa mediamente nell’80 per cento delle donne trattate. L’efficacia è da ritenere legata soprattutto alle proprietà spasmolitiche a livello dell’apparato urogenitale, a una leggera azione antinfiammatoria e anticefalgica e soprattutto all’attività riequilibrante svolta a livello centrale.
Il meccanismo d’azione è ancora poco chiaro: i dati emersi dai numerosi studi clinici non danno, infatti, risultati univoci. Inizialmente era stato ipotizzato per la cimicifuga un meccanismo d’azione similormonale di tipo estrogenico, ma altre ipotesi più recenti sembrerebbero attribuire alla pianta la capacità di influenzare indirettamente il sistema endocrino tramite l’inibizione del rilascio dell’ormone luteinizzante (LH) prodotto dall’ipofisi. Essendo tale ormone responsabile della produzione ovarica di progesterone, l’azione inibente della cimicifuga favorirebbe lo spostamento dell’equilibrio ormonale a favore dell’estrogeno, che in menopausa si riduce.
Altri studi, evidenziando la necessità di ulteriori conferme chiare e definitive sul meccanismo d’azione della cimicifuga, negano la capacità di questa pianta di influenzare il sistema endocrino e ormonale.
I principi attivi responsabili dell’attività della pianta sono stati comunque identificati in alcuni glucosidi triterpenici (soprattutto xiloside acteina e cimicifugoside, presenti nella radice e nel rizoma). Pur mancando ancora i necessari approfondimenti scientifici in merito al meccanismo d’azione, l’efficacia degli estratti di cimicifuga trova comunque ampia conferma nell’utilizzo clinico pratico, che ne fa una delle piante più utilizzate nel trattamento dei disturbi neurovegetativi e psichici della menopausa.
Ai fini pratici di un consiglio efficace è importante sottolineare che gli effetti terapeutici della cimicifuga si manifestano dopo terapie di lunga durata, e pertanto, per evitare eventuali effetti collaterali sarà necessario attenersi alla posologia consigliata: un dosaggio eccessivo potrebbe infatti provocare forti cefalee, vertigini, nausea, vomito, diarrea e dolori addominali, disturbi della vista e bradicardia.
Le dosi attualmente consigliate sono: per la tintura madre, 20 gocce in poca acqua tre volte al giorno, lontano dai pasti; per l’estratto secco (titolato in glucosidi triterpenici), in quantità tale da assicurare l’assunzione di almeno 2 milligrammi/die di principi attivi, suddivisi in due somministrazioni giornaliere, preferibilmente lontano dai pasti.

 

La salvia possiede 

una valida azione 
antidrotica, 
particolarmente efficace 
nel contrastare 
i problemi 
di sudorazione profusa, 
soprattutto notturna.

 

Associate alla cimicifuga o agli isoflavoni, nelle formulazioni naturali indicate in menopausa non è raro ritrovare piante dotate di:
  • azione ansiolitica e sedativa: passiflora, melissa e valeriana, utili per ridimensionare i problemi legati alla componente psicosomatica del climaterio, quali ansia, insonnia, ipereccitabilità nervosa;
  • azione specifica sulla contrattilità cardiaca: biancospino e cardiaca, capaci di regolarizzare il battito e di ridurre i problemi di aritmia, modulando la risposta del cuore alle sollecitazioni nervose. Si tratta di piante utili nel contrastare sintomi menopausali quali tachicardia, o palpitazioni, soprattutto quando causate da stati d’ansia e tensione nervosa;
  • azione remineralizzante: equiseto, fieno greco e lievito di birra, in grado di integrare eventuali carenze di sali minerali e vitamine. Tale integrazione si rivela utile per la prevenzione dell’osteoporosi e nelle condizioni di fragilità degli annessi cutanei (capelli e unghie);
  • azione antisudorifera: salvia. Oltre ad avere un’attività estrogenica, che ne giustifica l’uso in menopausa al fine di un riequilibrio ormonale, questa pianta possiede una valida azione antistorica, particolarmente efficace nel contrastare i problemi di iperidrosi e quindi di sudorazione profusa (uno dei sintomi più sentiti dalla donna in menopausa), soprattutto notturna e/o di natura psicosomatica.
Da “Tema farmacia” n. 2 Anno XXII