I dati resi pubblici dall’Organizzazione Mondiale della Sanità parlano chiaro: la vita media delle popolazioni industrializzate oltre che allungarsi si sta allargando. L’obesità sta diventando un vero e proprio problema sociale, a cominciare dai bambini. E il Ministro della Salute dichiara guerra all’adipe!

Uno dei problemi più comuni tra quelli correlati al moderno stile di vita dei paesi ricchi è sicuramente il sovrappeso e l’obesità.

 

Tutte le più recenti indagini hanno confermato che a pari merito con le più agguerrite malattie infettive come Sars e Aids, la Globesity (così è il termine con cui gli americani la definiscono), ovvero l’Obesità Globale, si sta rivelando come la nuova vera emergenza sanitaria del mondo industrializzato, Italia compresa, nonostante la nomea di Patria della così decantata Dieta Mediterranea.
E la situazione sembra farsi preoccupante, soprattutto se analizzata in prospettiva futura.

 

Il Ministero della Salute, quindi, nel suo infaticabile tentativo di mettere in regola la salute degli italiani, ha dichiarato guerra aperta al girovita extralarge mettendo in campo armi comunicative e, se il caso, persino nuove tasse, tutte atte a combattere come in una vera e propria crociata questa piaga nel nuovo millennio.
A dire il vero qualche avvisaglia da parte del Ministero della Salute c’era già stata tempo fa, con la comparsa sulle principali testate giornalistiche a diffusione nazionale di una campagna di comunicazione intitolata “Mamma, dalle tutto, ma non darle troppo” in cui una bambina cicciottella si “scofanava” allegramente un panino iperfarcito.

 

Oggi, tolte di mezzo le sigarette, l’attenzione dei Ministero sembra indirizzata in primis proprio al problema dell’obesità. Al punto che all’inizio di quest’anno circolava una vera e propria leggenda metropolitana sul presunto invio alla popolazione di una sorta di cintura “salva vita” per misurare la circonferenza dell’addome in modo da monitorare i limiti di sicurezza: potenza dell’automedicazione!
Il Ministro, forse preoccupato di non far passare un’immagine troppo “inquisitoria” di sé, anche se a fin di bene, prontamente smentì l’esistenza di questo tipo di iniziativa, almeno per il momento.

 

Obesità e sovrappeso.
L’emergenza sanitaria del Terzo millennio.
Le più recenti indagini epidemiologiche indicano che la diffusione dei sovrappeso e dell’obesità sta aumentando drammaticamente in tutto il mondo e riguarda sempre più i bambini.

 

I dati più esaustivi sulla diffusione dell’obesità nel mondo sono quelli dei progetto MONICA (MONItoring of trends and determinants in CArdiovascular diseases study) realizzato dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, i quali presentano un quadro per nulla confortante.
I dati indicano che, nella maggior parte dei Paesi europei, la diffusione dell’obesità ha registrato negli ultimi 10 anni un aumento del 10-40% circa, con oscillazioni tra il 10-20% per gli uomini e tra il 10-25% per le donne.

 

L’incremento più allarmante è stato rilevato in Gran Bretagna, dove quasi i due terzi degli uomini adulti e oltre la metà delle donne adulte sono in sovrappeso o sono obesi.
In Inghilterra, tra il 1995 e il 2002, l’obesità è raddoppiata tra i ragazzi passando dal 2,9% al 5,7%, mentre, tra le ragazze è aumentata dal 4,9% al 7,8%.
Un ragazzo su 5 e una ragazza su 4 sono in sovrappeso o obesi. Tra i giovani dai 16 ai 24 anni l’obesità è aumentata dal 5,7% al 9,3%, mentre tra le giovani donne è aumentata dal 7,7% all’11,6%.

 

Dati analoghi anche per i paesi dell’Europa meridionale, come Spagna e Grecia (Fonte: The International Obesity Task Force, www.iotf.org).
Altrettanto sconfortanti sono i dati presentati lo scorso anno dall’Eurispes riguardo la situazione a casa nostra. In Italia più del 30% dei bambini e adolescenti risulta in sovrappeso e ben l’11% addirittura obeso.

 

Il problema, quindi, sembra riguardare un po’ tutto l’Occidente, con naturalmente gli USA in testa con il suo 64% di adulti in sovrappeso e 13% di bambini obesi.
Anzi, se è vero il principio del “mal comune mezzo gaudio”, i dati a stelle e strisce sono così catastrofici che l’OMS ha recentemente varato delle nuove linee guida destinate ai vari governi affinché promuovano campagne d’informazione per indurre la popolazione ad una corretta alimentazione. Ma il monito è andato anche alle industrie alimentari affinché si impegnino a limitare la promozione di merendine e bibite presso i minorenni.

 

Ci si potrebbe aspettare che, come sui pacchetti di sigarette, a breve anche su certi tipi di merendine e bibite ci si possa trovare scritto “Nuoce gravemente alla salute”.
A parte le battute, il problema è davvero serio. Se l’azione congiunta di organi preposti alla salvaguardia della salute pubblica, governi ed industria non partirà a breve con campagne importanti, il rischio è quello di trovarsi entro pochi anni con cifre spaventose e che peraltro riguarderanno prevalentemente le popolazioni più giovani.

 

Ma è solo un problema di carattere estetico?
No, il problema è, come sempre, una questione di costi.
L’obesità è uno dei maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di molte patologie croniche quali: malattie cardiache e respiratorie, diabete mellito non-insulino dipendente o diabete di Tipo 2, ipertensione e alcune forme di cancro, come anche il rischio di morte precoce.

 

Anzi, studi scientifici più recenti, alcuni provenienti anche da compagnie assicurative, hanno dimostrato che i rischi per la salute provocati da un eccesso di grasso corporeo non sono solo legati esclusivamente ai gravi problemi dell’obesità, ma sono associati anche ad un aumento di peso relativamente ridotto.

 

Ergo: obesità, ma anche semplice sovrappeso, sono problemi gravi che costituiscono un onere finanziario enorme e crescente per le risorse nazionali.

 

E comunque, se si pensa che queste patologie sono ampiamente prevenibili con ragionevoli cambiamenti (e non rivoluzioni!) nel proprio stile di vita, parrebbe stupido non provare ad arginarle con una sana azione informativa e di prevenzione.

 

Ma quanto costa il problema dell’obesità?
Studi condotti a livello internazionale hanno calcolato che i costi economici legati all’obesità e al sovrappeso rappresentano dal 2 al 7% dei costi sanitari totali, a seconda delle modalità di realizzazione dell’analisi.

 

In Francia, per esempio, il costo diretto delle malattie correlate all’obesità (compresi assistenza sanitaria personale, assistenza ospedaliera, servizi medici e farmaci per le patologie con un rapporto evidente con la stessa) ammonta al 2% circa della spesa sanitaria totale.

 

In Olanda, la proporzione della spesa totale per l’assistenza medica di base imputabile a queste patologie è intorno al 3-4%.

 

In Inghilterra, si stima che il costo finanziario annuale per il trattamento dell’obesità ammonti a 0,5 miliardi di sterline a carico del Servizio Sanitario Nazionale e abbia ripercussioni a livello economico nell’ordine dei 2 miliardi di sterline.

 

Il costo umano stimato è di 18 milioni di giorni di malattia all’anno e 30.000 decessi all’anno, che determinano una perdita di 40.000 anni di vita lavorativa e un accorciamento della vita di nove anni in media.

 

Insomma, le cifre parlano chiaro: l’emergenza è anche economica.

 

Cos’è l’obesità e quando si può dire di essere obesi o in sovrappeso?
L’obesità è semplicemente una situazione di accumulo anomalo o eccessivo di grasso nei tessuti adiposi del corpo che comporta rischi per la salute.
E il meccanismo che la determina è quasi elementare: le calorie introdotte sono superiori alle calorie bruciate con la relativa conseguenza di un’eccedenza energetica che determina un aumento di peso.

 

Chiunque di noi, a parte la prova specchio, può autodeterminare il peso-forma attraverso una semplice misurazione del rapporto tra peso e altezza chiamata Indice di Massa Corporea (IMC), che peraltro è anche lo strumento che gli stessi medici utilizzano per determinare e classificare l’eventuale sovrappeso negli adulti.
Tuttavia l’IMC non ci dice proprio tutto: è molto importante, infatti, conoscere come il grasso corporeo sia distribuito perché, ad esempio, un eccesso di grasso addominale può avere conseguenze in termini di problemi di salute. Un modo semplice e pratico per misurare la distribuzione del grasso è la circonferenza della vita (ma allora forse la storia della cintura non era una burla!): se la circonferenza della vita è superiore a 94-102 cm per l’uomo e 80-88 cm per la donna, significa che i soggetti hanno un eccesso di grasso addominale e sono quindi maggiormente a rischio di incorrere in problemi di salute, anche se il loro IMC è più o meno nella norma.

 

Di che tipo sei, pera o mela?
E’ curioso sapere come la scienza medica divida le persone in tipologie differenti a seconda del proprio giro vita. I soggetti che hanno la maggior parte del grasso corporeo intraddominale e localizzato intorno allo stomaco e al petto si dice abbiano una disposizione del tessuto adiposo, “a mela” (nome medico “androide“, il che significa che questa distribuzione è più frequente negli uomini); questi soggetti sono maggiormente a rischio di sviluppare malattie collegate all’obesità.

 

I soggetti, invece, che hanno la maggior parte del grasso corporeo localizzata intorno ai fianchi, alle cosce e al sedere, si dice abbiano una disposizione del grasso “a pera” (nome medico “ginoide“, il che significa che questa distribuzione è più frequente nelle donne); questi soggetti corrono i rischi più alti di sviluppare problemi di mobilità.

 

Cause dell’obesità
Il principio fondamentale che determina l’obesità e, genericamente, il sovrappeso sta nell’alterazione dell’equilibrio energetico dato dal rapporto tra l’apporto di energia e il suo dispendio.
Anche se a onor dei vero bisogna sottolineare che non sempre l’obesità è semplicemente il risultato dei mangiar troppo. Talvolta, infatti, entrano in gioco anche fattori biologici (ormoni, genetica), stress e farmaci. Oltreché una predisposizione ereditaria, i fattori ambientali e comportamentali, l’invecchiamento e le gravidanze.

 

Complicanze dell’obesità sulla salute
Le conseguenze di obesità e sovrappeso sulla salute sono molte e varie: dall’aumento del rischio di morte prematura a diversi disturbi debilitanti e psicologici che non sono letali, ma che possono influire negativamente sulla qualità della vita.

 

Basti pensare che chi pesa il 20% in più del proprio peso-forma aumenta del 25% il rischio di morire di infarto e del 10% quello di morire di ictus rispetto a chi ha un peso nella norma. Ma se il peso supera il 40% quello consigliato, allora il rischio di mortalità sale di oltre il 50% con un aumento del rischio di ictus mortali pari al 75% e di morte per infarto del 70%. Non solo. In queste condizioni la mortalità per diabete cresce ben dei 400%.

 

Quindi, al primo posto Malattie Cardiovascolari, Ipertensione e Diabete di Tipo 2 (il diabete che si sviluppa normalmente in età adulta) o Diabete mellito.

 

Senza poi considerare tutti i principali problemi di salute associati ad obesità e sovrappeso come alcune malattie respiratorie (sindrome da “apnea nel sonno”), alcune forme di cancro (in particolare quelle ormone-dipendenti e gastrointestinali), l’osteoartrite, oltreché i numerosi problemi psicologici da non sottovalutare che la condizione di obesità comporta.

 

L’obesità, infatti, è decisamente stigmatizzata in molti Paesi europei, sia in termini di percezione di un aspetto fisico indesiderabile che in termini di difetti di carattere che si suppone indicare.
Le persone obese spesso si trovano a lottare contro la discriminazione e recenti studi sociologici hanno dimostrato come nel Regno Unito e negli USA le giovani donne in sovrappeso guadagnino decisamente meno delle loro coetanee sane e di peso normale.

 

Anche la sovralimentazione nervosa si verifica con maggior frequenza tra i soggetti obesi e molte persone affette da questo disordine alimentare hanno una lunga storia di alimentazione incontrollata e continue variazioni di peso.

 

Abbiamo visto come il grado di rischio di incorrere in determinate complicazioni di salute sia influenzato dalla quantità relativa di peso in eccesso, dalla localizzazione del grasso corporeo, dall’aumento di peso nell’età adulta e dalla quantità di attività fisica.
Ebbene, farà piacere apprendere che la maggior parte di questi problemi può essere migliorata con un calo di peso relativamente modesto (10-15%), soprattutto se abbinato ad un incremento dell’esercizio fisico.

 

Prevenzione all’obesità
I più cinici direbbero che l’unico rimedio è patire la fame.
Ma non è necessario essere così drastici. Cosa certa è che sicuramente alimentazione e attività fisica influenzano notevolmente l’equazione dell’equilibrio energetico e sono anche i fattori più modificabili.
E’ evidente che un regime alimentare ricco di grassi e ad alto contenuto calorico associato ad uno stile di vita sedentario sono le caratteristiche più strettamente correlate alla crescente diffusione dell’obesità in tutto il mondo.
Contrariamente, la perdita di peso avviene quando l’apporto energetico è inferiore al dispendio energetico, per un periodo di tempo prolungato. Una dieta ipocalorica abbinata ad un aumento dell’attività fisica è generalmente il consiglio fornito dai dietologi per una perdita di peso duratura. Sembrerebbe semplice. Attenzione però alle diete miracolose che limitano eccessivamente le calorie o escludono determinati gruppi di alimenti: sono molto pericolose per la salute fisica e mentale e comunque non insegnano abitudini alimentari corrette; inoltre spesso provocano un effetto “yo-yo” (aumento e calo di peso ciclico dovuto all’alternarsi di periodi di sottoalimentazione e sovralimentazione) che se protratto per lungo tempo può causare danni irreparabili.

 

Un soggetto non dovrebbe perdere più del 10% del suo peso iniziale; percentuale peraltro già utile ad avvertire un miglioramento dello stato di salute generale. Ma se la causa dell’obesità sta in questa semplice alterazione del “dare/avere” energetico e se basta poi tutto sommato poco per contenerne gli effetti nefasti che comporta l’essere obesi, perché i dati statistici presentano un quadro così catastrofico e non solo in quelle che da sempre vengono considerate a pieno titolo “Patrie della Cattiva Alimentazione” come Stati Uniti e Gran Bretagna?

 

Verrebbe da chiedersi che fine abbia fatto la così decantata dieta mediterranea. In realtà i sani principi di questa dieta alimentare mantengono la loro posizione di leadership.
Il fatto è che la Dieta Mediterranea non viene più seguita, almeno dalla popolazione giovane, a causa della grande diffusione di quello che gli Americani chiamano “Junk Food”, ovvero “cibo spazzatura” e dal successo che certe pessime abitudini di cultura anglo americana (hamburger, patatine fritte, bibite gassate e ghiacciate, etc) hanno avuto e continuano a riscuotere presso le fasce più giovani della popolazione.

 

Oltretutto recenti studi condotti presso l’Università del Wisconsin hanno dimostrato come i cibi molto calorici abbiano effetto a lungo termine sulla neurochimica cerebrale generando in questo modo, a lungo andare, una sorta di dipendenza non molto diversa da quella prodotta dalle droghe; sarebbero quindi grassi e zuccheri a mettere in crisi la nostra capacità di resistere alle tentazioni.

 

In pratica: più mangi e più mangeresti. Visto da questa angolazione, il problema sembra ancor più drammatico.

 

E allora, oltre all’attività di prevenzione, diventa basilare anche una sorta di rieducazione alimentare a partire già dall’età scolare. La promozione di stili di vita salutari implica la partecipazione attiva di molti gruppi diversi, tra cui organi governativi, professionisti del settore sanitario, industria alimentare, organismi di comunicazione di massa e i consumatori.
Ci deve essere una condivisione di responsabilità per favorire una corretta alimentazione, povera di grassi, ricca di carboidrati complessi e abbondante di frutta e verdura fresca.

 

E’ sicuramente necessario un maggior impegno per aumentare le possibilità di praticare attività fisica, soprattutto in seguito alla crescente urbanizzazione, all’invecchiamento della popolazione e al contestuale incremento del tempo dedicato ad attività sedentarie.

 

Oltre alla prevenzione cosa si può fare per combattere l’obesità
Oltre ai sani principi alimentari e a stili di vita salutistici, purtroppo allo stato attuale rimedi veri e propri in grado di contrastare in modo significativo il problema dell’obesità non ce ne sono.

 

Esistono alcune tecniche chirurgiche che vengono applicate in presenza di forme gravi di obesità, come il cosiddetto inserimento del palloncino, il bendaggio gastrico fino ad arrivare al by pass bilio-pancreatico. Ma tutti questi interventi non sono privi di rischi e comunque vengono consigliati soltanto in quei casi dove il rischio di morte è imminente.

 

Sul fronte farmacologico, invece, al momento attuale esiste soltanto un medicinale indicato per l’obesità ed è composto da una sostanza in grado di inibire la “lipasi” dell’intestino, ovvero gli enzimi che hanno il compito di sciogliere i grassi dei cibi e renderli assimilabili. Va da sé che questa inibizione, che arriva fino al 30%, comporta una minore assunzione anche di sostanze che, come le vitamine liposolubili (vitamina A, D, K e beta carotene), invece servirebbero per intero.

 

Le cure del futuro
E allora è al futuro che bisogna guardare. Numerosi centri di ricerca nel mondo stanno mettendo a punto alcuni rimedi che se si rivelassero all’altezza delle aspettative potrebbero davvero contribuire non poco a migliorare la qualità della vita di chi obeso lo è già.

 

Le sostanze anti-fame
A parte la ricerca su alcune sostanze come la leptina, di cui si è già ampiamente letto in numerosi articoli, in grado di “addormentare” il desiderio di nutrirsi, suo fratello “regolatore” GLP-I, meglio noto come “ormone della sazietà”, agisce sugli stessi principi e la sibutramina, un principio attivo che anch’esso induce un senso di sazietà ed aiuta a ridurre l’assunzione di alimenti (n.d.r. quest’ultima sostanza è già in vendita in altri Paesi Europei sottoforma di pillola e presto arriverà anche in Italia), esistono alcune tecniche pionieristiche che potrebbero rappresentare una speranza nell’immediato futuro.

 

Il Pace Maker dello stomaco
Un chirurgo veneziano ha recentemente ideato uno stimolatore gastrico capace di inibire lo stimolo della fame. Si tratta di un mini computer del peso di circa 50 gr che viene inserito sotto la pelle dell’addome ed è collegato attraverso un elettrodo alla parete dello stomaco. Una sorta di pace-maker che regola l’attività dello stomaco determinando in modo artificiale la sensazione di sazietà.

 

La speranza è che, a sperimentazione terminata (i centri coinvolti sono 9 di cui 8 negli Stati Uniti e uno solo in Italia, e precisamente a Vicenza) il congegno possa essere messo in commercio in tempi veloci.

 

Il suo utilizzo, certamente, non sarà privo di disagi per l’obeso, ma sicuramente il livello di qualità della vita aumenterebbe in modo davvero significativo. Non resta che attendere fiduciosi.

 

Nel frattempo, parola d’ordine: tirare la cinghia!

 

 

 

Da “Made for Sport” Anno I – Numero II